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04.04.2020 Tags: Vicenza , Schio , Valentina Collareda , San Bortolo , ospedale , medico guarito , primo contagiato

È stata il primo
medico contagiato
«Torno alla vita»

Valentina Collareda, 35 anni, di Schio è stata il primo medico contagiato dal coronavirus nel Vicentino: «Non ho ricordi, solo sogni: sto reimparando anche a pettinarmi e a mangiare» racconta. La dottoressa, anestesista del San Bortolo, appena 35 anni compiuti il 21 marzo, ha lasciato il letto di ospedale dopo il lungo ricovero per il Covid-19. Qui ha superato la salita più estrema. E qui è stata festeggiata, dai colleghi, la sua guarigione.

 

Il giorno in cui è scoccata la primavera, il medico era attaccata al tubo dell'ossigeno in un letto della rianimazione. Ora ritorna a vivere. Nella sua casa. Dal suo letto di terapia sub-intensiva, qualche giorni fa, aveva raccontato al GdV come si può precipitare nel dramma. Ma anche l'instancabile impegno dei colleghi di ogni giorno con quelle stesse macchine, con cui hai tante volte anche lei ha aiutato altri uomini e donne a tornare indietro da quello che il suo primario Vinicio Danzi immagina come un ponte sospeso sul vuoto, sull'abisso.

 

Valentina ha ripercorso, raccontandosi a Il Giornale di Vicenza, un'odissea per fortuna finita: «Credo, ma non ne sono certa, di aver preso il contagio visitando un paziente in pronto soccorso. Una settimana dopo, il 4 marzo, comincio ad avvertire mal di gola. Mi metto a riposo. Ma mi sale la febbre. No, il respiro era a posto. Nessun disturbo. Solo i sintomi di un'influenza. Faccio il tampone. Ricordo che era il 6 marzo. E risulto positiva. D'accordo con il dott. Manfrin, il primario di malattie infettive, resto a casa. La febbre, però, non scende neppure con la tachipirina, anzi diventa più alta. Ritorno da Manfrin. La radiografia ai polmoni non rivela niente. I polmoni sono puliti. Allora mi ricoverano in malattie infettive e inizio una terapia antibiotica. Passa un'altra notte. Ma mi sento sempre peggio, i valori di saturazione dell'ossigeno si abbassano, il respiro crolla, e alle 3 e mezza di notte i colleghi della rianimazione mi intubano». È il 12 marzo.

 

Valentina è stata il primo medico del San Bortolo a restare impigliata nella trama perfida del coronavirus. Vi resterà per due drammatiche settimane. Il primario Danzi e i colleghi fanno di tutto, come per ogni paziente. La non semplice arte della rianimazione, che non consente errori. E il cuore. E l'arte medica più il cuore sconfiggono la malattia.

 

Sedata, il tubo dell'ossigeno, il tempo sospeso. «Non ricordo nulla. Solo sogni strani». Come avere le ali ma sentirle pesanti e non poter volare. Poi il 27 marzo un'immagine che profuma di vita ritrovata. È il volto di un'infermiera. Un volto amico. «Sono Maura, mi senti?" Ma, sì che ti sento». Le tolgono il tubo. Ed è un'altra scheggia carica di felicità. E di gratitudine. «Non poteva esserci posto migliore per curarmi». Qui nella "sua" rianimazione. «Medici e infermieri sono stati fantastici. Dal primo all'ultimo». E adesso? «Torno a casa, rivedo mio marito Carlo. No, non ho avuto paura per me. Mi dispiace aver procurato tanti pensieri ai miei colleghi, a Carlo, ai miei genitori, a chi mi vuole bene».

 

La famiglia, i colleghi e le parole più belle. «Grazie». L'applauso mentre lascia l'ospedale San Bortolo, guarita. Valentina piange. Non riesce più di tanto a parlare. La mano sul cuore, vicina alla mascherina per lanciare baci protetti a chi le vuole bene. E l'ha salvata.  

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