Montecchio Maggiore

Droga dal Sudamerica: tre condanne per 28 anni totali

Polizia di Stato e guardia di finanza sequestrarono 480 chili di cocaina (Foto Archivio)
Polizia di Stato e guardia di finanza sequestrarono 480 chili di cocaina (Foto Archivio)
Polizia di Stato e guardia di finanza sequestrarono 480 chili di cocaina (Foto Archivio)
Polizia di Stato e guardia di finanza sequestrarono 480 chili di cocaina (Foto Archivio)

Ventotto anni e due mesi di reclusione. È la pena complessiva inflitta ieri dal giudice veneziano Liguori che, al termine del processo con rito abbreviato, ha condannato tre imputati della maxinchiesta contro il traffico di cocaina dal Sudamerica che un anno fa aveva portato polizia e guardia di finanza vicentine ad arrestare complessivamente 12 persone. Dodici anni e 70 mila euro di multa per Francesco Criaco, 67 anni, di Montecchio Maggiore; 9 anni e 50 mila euro do multa per suo nipote Leo Criaco, 49, sempre di Montecchio; 7 anni e 2 mesi e 40 mila euro per Luigi Carollo, 70, di Schio. Sono stati invece assolti, per non avere commesso il fatto, Giovanni e Bruno Marte, 64 e 46 anni, pure di Montecchio (originari della Calabria, al pari dei Criaco), Giovanni Ficarella, 56, di Montecchio, e Mladen Mitic, 30, di Montecchio. Questi ultimi avevano un ruolo marginale; gli imputati erano assistiti fra gli altri dagli avv. Elena Peron, Annamaria Bozza, Carmelo Caliò e Simone Romano. Rispetto all’impostazione accusatoria, sostenuta dal pm D’Alessandro della distrettuale antimafia di Venezia, è caduta l’ipotesi di associazione per delinquere. Restituiti i beni sequestrati durante l’indagine.

L’inchiesta era partita quando la polizia croata aveva trovato in un macchinario 480 chili di cocaina a Rijeka. Era il 2017. Il carico era partito dalla ditta peruviana di Carollo e della moglie ed era destinato allo stesso Carollo, a Schio. I detective della squadra mobile, con cui collaborarono gli investigatori del nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza, sequestrarono 478 chili e ne lasciarono due; lo scledense andò a recuperarli, anche con Francesco Criaco, e poi quando la droga arrivò a Schio fu arrestato. Da quel momento, le intercettazioni telefoniche e ambientali, oltre ai pedinamenti, avevano consentito di ricostruire le attività del gruppo, con Francesco che gestiva diverse attività di spaccio, avvalendosi del nipote Leo, ma anche di altre persone. I poliziotti del vicequestore Ortensi e del sostituto commissario Bettini avevano ricostruito diversi piani che sarebbero stati architettati dalla banda. Francesco era stato inseguito in Olanda, dove si era incontrato con un altro calabrese (la cui posizione, al pari di quella di diversi altri indagati, è stata stralciata), per comprare 15 chili di cocaina da rivendere a Vicenza. E poi aveva trafficato a lungo per importare un ingente quantitativo di droga da nascondere fra le pelli in arrivo nella zona di Arzignano dal Brasile: «Puzzano talmente tanto che non le controlla nessuno». Erano arrivati questi carichi? Impossibile accertarlo, perché la banda usava telefoni crackati, con sim americane, non intercettabili. 
Inizialmente, la procura intendeva contestare l’aggravante mafiosa, ma fu respinta dal giudice: «Non sono state evidenziate condotte concrete che l’attività delittuosa abbia agevolato l’organizzazione mafiosa denominata ’ndrangheta».

L’inchiesta si è poi spezzettata in diversi rivoli, che hanno già portato ad alcune assoluzioni e a qualche condanna. Il sequestro compiuto al porto di Rijeka fu uno dei più ingenti degli ultimi anni, con un controvalore notevolissimo. Ma se per la procura lagunare era attiva un’associazione ’ndranghetista che si «procurava e forniva stabilmente cocaina curando le trattative ed importandola nel Vicentino dal Sudamerica e dall’Olanda», quanto emerso in tribunale tratteggia un quadro diverso: i tre condannati hanno gestito un traffico da mezza tonnellata, ma non facevano parte di gruppi della criminalità organizzata e la loro non era un’organizzazione. Per questo - in attesa di leggere le motivazioni - sono stati assolti gli altri quattro imputati, due dei quali arrestati nel febbraio 2021. «Giovanni Marte è finito in una sorta di tritacarne ingiustificato - ha detto l’avv. Romano -, per il solo fatto che riceveva il reddito di cittadinanza». 

 

Diego Neri