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11.10.2019

«Veleni dentro la cava» Indagati i tre fratelli della Valbrenta marmi

La Guardia di finanza in ispezione all’interno della vastissima area posta sotto sequestroL’ingresso delle gallerie della cava “Col Campanaro” a Valbrenta FOTOSERVIZIO GIANCARLO CECCONVengono apposti i sigilli a uno degli accessi
La Guardia di finanza in ispezione all’interno della vastissima area posta sotto sequestroL’ingresso delle gallerie della cava “Col Campanaro” a Valbrenta FOTOSERVIZIO GIANCARLO CECCONVengono apposti i sigilli a uno degli accessi

Sono tre gli indagati nella maxi-inchiesta per il presunto smaltimento abusivo di rifiuti che l’altro ieri hanno portato al sequestro della cava “Col Campanaro” in Comune di Valbrenta, nel territorio di Valstagna che confina con l’Altopiano. Si tratta di tre fratelli, tutti bassanesi, figli del defunto Fioravante Pizzato, imprenditore deceduto alcuni anni fa, fondatore della “Pozza & Pizzato”, poi “Valbrenta Marmi srl”, che aveva appunto in gestione la cava dalla quale per anni è stato tratto il prezioso materiale da costruzione. Gli avvisi di garanzia sono stati inviati a Mauro Alfio Pizzato, 57 anni, residente in viale Asiago insieme al fratello gemello Carlo, e alla sorella maggiore Sonia, 60 anni, residente in via Canove. L’ipotesi di accusa è di inquinamento ambiantale e gestione di rifiuti pericolosi non autorizzata. Secondo gli inquirenti i fratelli, in concorso tra loro, si sarebbero resi responsabili di un «deterioramento significativo ed esteso» di porzioni di suolo e sottosuolo della cava in località Pozzette. Le indagini sono state avviate negli scorsi mesi, dopo la denuncia arrivata da un testimone che avrebbe parlato di materiali tossici stipati nel corso degli anni nell’area di scavo. L’avvio dell’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Vicenza, con il procuratore Antonino Cappelleri, condotte dai militari della Guardia di Finanza del colonnello Crescenzo Sciaraffa e del tenente colonnello Sergio Demichelis, aveva portato ad un primo sopralluogo nel marzo di quest’anno. Gli accertamenti sono proseguiti nel più assoluto riserbo fino a mercoledì scorso, quando è scattato il sequestro dell’intera, vastissima area. Gli uomini delle Fiamme gialle hanno posto i sigilli sugli accessi principali delle gallerie interne alla cava ma anche praticamente a tutte le zone a cielo aperto: secondo le ipotesi d’accusa, in entrambe le aree, negli ultimi anni, sarebbero stati scaricati e sotterrati rifiuti chimici e tossici senza autorizzazione. Nello specifico i fratelli Pizzato avrebbero consentito l’accesso ad altre persone, che sarebbero entrate nella cava nel periodo in cui era ancora in vigore e valida l’autorizzazione all’escavazione. Quegli accessi a terzi avrebbero avuto lo scopo di scaricare e interrare un’imponente quantità di rifiuti chimici e tossici, che sarebbero stati contenuti in fusti di metallo e plastica. Ma dove sarebbero questi rifiuti? Secondo gli investigatori una parte dei materiali altamente pericolosi sarebbe stata sotterrata e nascosta nelle aree interne alla cava e successivamente seppellita facendo crollare con esplosioni controllate il soffitto di alcuni dei tunnel da deflagrazioni controllate. Ma un’altra parte sarebbe stata smaltita e occultata anche nelle aree esterne a disposizione della cava e generalmente utilizzate per il deposito dei materiali di risulta delle opere di escavazione. Per questo i sigilli sono stati apposti all’intera superficie. Il sequestro della cava si è reso quindi necessario per “cristallizzare” lo stato delle aree e consentire la prosecuzione degli accertamenti. Dovranno essere infatti effettuati scavi e verifiche specifiche, con l’utilizzo di particolari macchinari, tenendo anche conto del pericolo di crollo di alcune delle gallerie. Un’attività delicata che impegnerà a lungo gli investigatori e i consulenti tecnici. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Francesca Cavedagna
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