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13.10.2019

Gina, partigiana coraggiosa Il suo diario diventa un libro

Filomena Dalla PalmaPartigiani sul Grappa. “Gina” è la prima seduta a sinistra
Filomena Dalla PalmaPartigiani sul Grappa. “Gina” è la prima seduta a sinistra

Il suo nome di battaglia era “Gina”. Stringato e volitivo come il suo carattere. Qualità imprescindibili per offrirsi prima come staffetta partigiana, poi per decidere di unirsi alla brigata Garibaldi e infine per uscire viva dal rastrellamento del Grappa nel settembre 1944, che costò la vita a centinaia di persone. Quella della partigiana Gina, al secolo Filomena Dalla Palma, è una delle poche testimonianze dirette di chi visse uno dei capitoli più drammatici della guerra civile che insanguinò l’Italia prima della liberazione dal nazifascismo. Da quattro anni Filomena Dalla Palma ha una via dedicata a Bolzano, dove si stabilì nel dopoguerra e lavorò. Ora è anche la protagonista di un libro pubblicato da Attilio Fraccaro Editore con il titolo “Volti abbronzati e fucili arrugginiti”. Vicende raccontate in prima persona in un diario che Filomena scrisse nell’autunno del 1946 durante la convalescenza all’Ospedale al Mare al Lido di Venezia, dove era stata ricoverata indebolita dalle privazioni e dalle torture subite durante la guerra di Liberazione. L’autrice riuscì a trascrivere in modo lucido e privo di retorica quello che vide assieme ai suoi compagni tra il Bassanese, il Feltrino e Montebelluna. Ritrovato alla sua morte in un cassetto del comò dalla figlia Maria Teresa Tomada, che l’ha dato alle stampe, con una preziosa introduzione e le note di Francesco Tessarolo, il diario rappresenta la Storia vista con gli occhi di chi l’ha vissuta tra fatiche, atti di coraggio e umane fragilità. Sono i mesi trascorsi alla macchia, sul Grappa, dividendosi tra l’amorevole cura dei feriti, le incursioni a valle e nella natale Cismon, dove Gina si recava in cerca di cibo, per un saluto alla madre o per incontrarsi con le staffette che tenevano i contatti con le altre brigate. Soprattutto sono i giorni concitati del rastrellamento sul massiccio, al quale la coraggiosa “garibaldina” (così di definiva) sfuggì in modo rocambolesco, sopportando la fame, il freddo, la paura, sempre sorretta da un’incrollabile fede nella libertà ma anche nella Madonnina del Grappa. Dalle pagine trascritte dalla figlia Maria Teresa, che del diario materno ha rispettato stile e persino virgole, emerge una ventitreenne che difficilmente tentenna, che non esita a decolorarsi o tingersi i capelli per non farsi riconoscere dalle milizie fasciste che le danno la caccia, che indossa i pantaloni e il fazzoletto rosso, impugna la pistola, canta per tenere alto l’umore di tutti e con estrema generosità si priva degli unici scarponi per donarli a un compagno scalzo con i piedi insanguinati. Di Gina colpisce l’attaccamento al tricolore, abbandonato assieme allo zaino durante la fuga e recuperato con grande rischio dopo mesi. Ma ancor più si ammirano il coraggio e la capacità di elaborare personali strategie psicologiche per sopravvivere alle torture ed evitare di tradire i compagni. È grazie a questa giovane partigiana e all’impegno di sua figlia se oggi si possono ricordare tante storie di civili innocenti, derubati, uccisi o costretti a vedere le proprie abitazioni date alle fiamme. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Federica Augusta Rossi
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