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27.11.2019

La ’ndrangheta a Tezze Ricatti, usura, riciclaggio In sei sono sotto accusa

Varie forze dell’ordine hanno partecipato ai blitz antimafia della scorsa primavera in VenetoSergio Bolognino
Varie forze dell’ordine hanno partecipato ai blitz antimafia della scorsa primavera in VenetoSergio Bolognino

Le cosche calabresi abitano in Veneto. E nel Bassanese si sarebbe stabilita una delle famiglie più pericolose. Sono 54 gli avvisi di conclusione indagini della Procura distrettuale antimafia di Venezia nell’ambito dell’indagine “Camaleonte”, che lo scorso marzo aveva portato a 27 arresti. Il quadro tracciato al termine della maxi inchiesta, oltre a confermare le infiltrazioni della ‘ndrangheta nel tessuto sociale, ne ha peggiorato il quadro: cuore e cervello della cosca denominata “Grande Aracri”, infatti, avrebbero base proprio nel Bassanese. Il boss Sergio Bolognino, già noto alle cronache, e i suoi affiliati per anni avrebbero gestito i tentacoli di un sofisticato meccanismo illecito, basato su estorsioni, decozioni di aziende e false fatturazioni. Secondo l’inchiesta, questo sistema avrebbe consentito di ripulire milioni di euro di soldi sporchi, tutto ottenuto anche attraverso pesanti minacce ai danni di decine di imprenditori. In cella, tra gli altri, restano il boss Sergio Bolognino, 50 anni, residente a Tezze sul Brenta e suo fratello Francesco, 49, sempre di Tezze, via Foscolo. Entrambi sono originari di Locri. Poi un terzo fratello, Michele, 51 anni, che risiede a Reggio Emilia. Per Angelo Crispino, 52 anni, residente in via Martin Luther King a Rosà, nelle scorse settimane è stato disposto l’alleggerimento della misura cautelare dai domiciliari all’obbligo di firma. Restano indagate a piede libero Patrizia Orlando, 50 anni, moglie di Sergio Bolognino, e la loro figlia Noemi, di 25, entrambe residenti a Tezze. Indagato anche Francesco Carmine Antonio De Pasquale, 47 anni, anch’egli di Tezze. Le accuse, a vario titolo, vanno dall’associazione per delinquere di stampo mafioso all’estorsione, dall’usura al sequestro di persona, dal riciclaggio alla frode fiscale. Bolognino avrebbe avuto un ruolo di primo piano a ogni livello, anche nella frode fiscale con episodi di riciclaggio, attraverso il canale della falsa fatturazione. Il giro di affari è calcolato in quasi 10 milioni di euro, soltanto per le operazioni effettuate tra il 2012 e il 2015. Sergio Bolognino è considerato il promotore e l’organizzatore del sodalizio criminoso. Il boss, anche dalla sua abitazione di Tezze, avrebbe «agito con la forza intimidatrice della violenza e della minaccia nei confronti di alcuni imprenditori» diventati debitori per prestiti ricevuti e mai onorati, costringendoli a loro volta ad esercitare azioni di minacce violenza nei confronti di altri imprenditori. A quel punto la ’ndrangheta avrebbe potuto imporre fornitori di materie prime, pagamenti, uomini di fiducia all’interno delle aziende, che così avrebbero avuto il destino segnato: sarebbero diventate di “proprietà” della malavita. Il clan agiva proprio intercettando i professionisti in difficoltà, sfruttando la crisi. Dai finanziamenti si passava alla richiesta di interessi da strozzini e quindi a rilevare le società. «Tu devi fare quello che ti dico io - si legge tra le intercettazioni sulle minacce dello stesso Sergio a un imprenditorie di Galliera Veneta (Pd) - se non fai quello che ti dico io ti spacco le gambe… ti spacco la testa… dovete lavorare per me e stare zitti… dovete compiacere la nostra famiglia». Altre minacce del clan: «Sappiamo dove abiti. Se non porto a casa le carte firmate ti vengono a prendere e ti bruciano». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Francesca Cavedagna
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