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24.12.2015

Federfuni chiede
stato di calamità
per poca neve

L’impianto di risalita al monte Verena con la neve artificiale. La preoccupazione degli impiantisti
L’impianto di risalita al monte Verena con la neve artificiale. La preoccupazione degli impiantisti

 

ALTOPIANO. Stato di calamità naturale. Lo invoca Federfuni, l’associazione di categoria che unisce proprietari e gestori di impianti a fune in Italia, sottolineando il gravissimo danno economico ed occupazionale che la mancanza di neve, e le temperature troppo alte che impediscono l’innevamento programmata, stanno cagionando ai comprensori sciistici.

ESTREMA GRAVITÀ.«Stiamo vivendo una situazione di estrema gravità – sottolinea Mario Timpano, vicepresidente di Federfuni, ribadendo quanto esposto al Governo – sia per gli impiantisti, già alle prese con grosse difficoltà economiche, sia per tutto l’indotto, dal settore alberghiero e commerciale ai noleggi, ai maestri da sci».

La sezione Federfuni della Lombardia ha già avviato la richiesta dello stato di calamità naturale al governatore Roberto Maroni ed è previsto anche un incontro dei rappresentanti dell’associazione con il governo regionale del Piemonte. Per il Veneto si sta valutando un’azione a palazzo Ferro Fini dopo un incontro tra le varie “anime” sciistiche presenti, dalle Dolomiti al Veronese e Vicentino.

«Dopo un primo momento, nel quale i siti meteo segnalavano una perturbazione giusto in tempo per Natale – commenta Lorena Frigo del comprensorio Verena 2000 – ora la neve è prevista per metà gennaio. E non ci sono le temperature giuste per “sparare” la neve, dato che si registrano correnti più calde in alto che nella conca centrale: un’inversione termica che fa sì che ci siano quasi 4 gradi in più a 1600 metri rispetto ai mille di Asiago. E ogni giorno senza sci è perso, non lo si recupera più. In più, quest’anno dobbiamo stare molto attenti all’uso dell'acqua, perché il perdurare della siccità non ha certo favorito il riempimento dei bacini».

IL COMPRENSORIO. «Una situazione molto simile al 1990, anche in quel caso si parlò di calamità naturale – ricorda Paolo Rigoni del comprensorio Kaberlaba – Noi con un apporto idrico pressoché costante riusciamo a far funzionare qualche impianto. Tanto che nel ponte dell’Immacolata abbiamo registrato oltre 6 mila passaggi. Però lo sforzo è immane e l’esborso per l’energia è comunque gravoso a fronte di un innevamento in ogni caso incompleto».

Il problema grava su una categoria appena uscita da una lunga battaglia per far cessare la norma sulla “morte tecnica” degli impianti. Una normativa tutta italiana, in controtendenza con le leggi europee in materia, che decretava la “morte tecnica” di un impianto a fune dopo vent’anni di servizio. Non si teneva conto insomma dello stato di salute, ma soltanto dell’anzianità dell’impianto. Di conseguenza gli impiantisti avrebbero dovuto affrontare grosse spese. La norma è stata cambiata dopo un lungo iter burocratico: ora si impone agli impianti il rispetto della sicurezza. «Una vittoria totale – commenta l’onorevole Alessia Rotta che si è battuta per la modifica – ottenuta grazie alla proposta ed il supporto di Federfuni e che permette anche consistenti risparmi per la finanza pubblica, che altrimenti si trovava di dover in qualche modo intervenire a sostegno della categoria nel costoso processo di ammodernamento».

Intanto non resta che guardare al cielo e attendere un gennaio che dovrebbe portare la neve con buona pace di chi gestisce le funivie e gli albergatori preoccupati.

Gerardo Rigoni
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