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29.11.2019

«Bolognino, rapporti finiti Mafioso? No, bidonista»

Francesco Depasquale, indagato per ’ndrangheta, si difende
Francesco Depasquale, indagato per ’ndrangheta, si difende

«Mafioso io? Semmai sono una vittima di stalking, proprio da parte del marmista che si dice perseguitato, che mi ha inviato centinaia di messaggi per rientrare dei soldi per i lavori nella mia villa. Io non l’ho mai minacciato, anzi gli ho dato tutti i soldi che ho potuto, ma è vero che nel 2013 il Ros mi aveva bloccato tutti i conti per un procedimento a mio carico, dal quale poi sono stato completamente assolto. E non sono un mafioso, sono il primo a vergognarmi delle cose che ha fatto la mafia al Sud». AUTODIFESA. È un fiume in piena Francesco Depasquale, 47 anni, residente a Tezze, in via Bellavits, in affitto in una delle ville “del boss”, vicino di casa proprio di Sergio Bolognino. L’imprenditore è tra i 54 indagati nell’ambito dell’operazione “Camaleonte”, della procura antimafia di Venezia, che ha appena chiuso le indagini contestandogli un episodio di estorsione per non aver saldato un conto da 14mila euro a un artigiano di Rosà che aveva effettuato lavori nella sua casa. Secondo l’accusa, dopo avergli dato soltanto cinquemila euro, Depasquale lo avrebbe minacciato e intimidito per convincerlo a rinunciare al pagamento di una fornitura di marmo, utilizzata proprio nelle ville di Tezze. Intraprendente e deciso a difendersi, Depasquale si è presentato in redazione con in mano il cellulare nel quale è conservato un fitto scambio di messaggi. «A quell’artigiano ho scritto che avrei venduto i miei averi per saldare il residuo del debito - dichiara - e lui mi ha risposto con decine di messaggi, scrivendo che avrebbe messo cartelli col mio nome in giro per il paese. Se io fossi davvero un mafioso e lui l’avesse creduto, si sarebbe davvero permesso di rispondere in questo modo? Avrebbe risposto così a Riina? Ovvio che no, e infatti il marmista si è guardato bene dal dire qualcosa sul conto di Bolognino. Si guarda bene dal dire qualcosa su di loro, ma non ha problemi a farlo con me, perché lo sa bene di chi deve avere paura, e sa benissimo che io non gli ho mai fatto e mai gli farò del male. E poi mi contesta fatti del 2013, quando ci siamo sentiti fino al 2015». MINACCE. Depasquale in una telefonata intercettata ha spiegato al marmista dell’indagine in cui era implicato affermando: «Siamo indagati dai Ros per mafia». «Ma gli ho parlato del procedimento soltanto perché non ne potevo più di tutte quelle sue telefonate per riavere i soldi, e non certo per minacciarlo facendogli intendere di essere un mafioso e che quindi sarebbe dovuto stare attento - si difende -. Chi continua ad avere rapporti con chi lo minaccia? Gli avevo anche proposto una buonuscita che ha rifiutato. Qui le vittime siamo io e la mia famiglia, e lo dimostrerò con i fatti», prosegue l’imprenditore, che non è tenero nemmeno nei confronti del presunto boss Bolognino: «Io maledico il giorno in cui l’ho fatto entrare. Con Sergio ci siamo trovati nel 2007, volevo lavorare con lui, poi però è arrivato il fratello Michele, che era del mio stesso paese, ed era stato in carcere parecchi anni per reati legati alla mafia. Appena l’ho visto ho detto a Sergio che per me la questione di amicizia era chiusa lì. Abbiamo solo finito i cantieri delle ville, ma non ho avuto mai nessun altro rapporto». IL CLAN. I Bolognino hanno portato la mafia in Veneto? «Michele non so, ma Sergio era davvero soltanto in difficoltà economiche. Nella mia mente è sempre stato un “bidonista”, credo che abbia usato questa storia della mafia per difendersi, magari per convincere i debitori a non pretendere certi soldi. Ma da qui a dire che avrebbe davvero fatto male non so, non credo. Io non accuso nessuno, mi sono distaccato dai Bolognino solo perché conoscevo i loro precedenti, ho fatto lo stesso con i miei parenti del Sud. Sergio l’ho sempre visto come un “bidonista”, uno che la gente veniva in cantiere a chieder soldi e lui faceva fatica a darglieli. Ognuno fa quello che vuole, io non giudico nessuno, però ho scelto di non essere un mafioso, anzi mi vergogno per le minacce altrui che ho letto nelle intercettazioni. E con loro non sono mai stato intercettato né filmato. Il mio parere personale è che l’errore più grosso di Sergio è quello di fare attività col fratello Michele. Qui in Veneto c’è una mafia annacquata, io ritengo che quella vera non ci è mai arrivata». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Francesca Cavedagna
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