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23.12.2016

In carrozzina
per poter capire
la disabilità

Marta Zanconato e Nicolò Boro con il prof. Alessandro VenturaMarta mentre sale in ascensore
Marta Zanconato e Nicolò Boro con il prof. Alessandro VenturaMarta mentre sale in ascensore

ARZIGNANO. Nell’auditorium della scuola è tutto pronto per il concerto di Natale. Sul palco ci sono leggii e strumenti. Ma due ragazzi in sedia a rotelle non sanno come arrivarci. Siamo alla media Motterle dell’istituto comprensivo Parise di Arzignano. E i due ragazzi in carrozzina non sono disabili. Fanno infatti parte del progetto “Io al posto tuo” che nell’ambito dell’inclusione sociale prevede che gli studenti delle terza, a gruppi, da questo mese trascorrano qualche ora in sedia a rotelle all’interno della scuola per capire sul campo cosa comporta la disabilità.

Davanti agli alunni in carrozzina due alti gradini impediscono l’accesso al palco. Valutate diverse ipotesi, tra cui predisporre una rampa che non c’è, la proposta conclusiva dei ragazzi: «Spostiamo tutto giù dal palco. Riorganizziamo l’ambiente, senza barriere». Soluzione approvata.

Il progetto “Io al posto tuo” in queste settimane ha coinvolto due classi, una quarantina di studenti. «Ma verrà allargato a tutte le nove terze dei plessi Motterle di Arzignano e Beltrame di Montorso per un totale di circa 200 ragazzi» precisa il dirigente scolastico Pier Paolo Frigotto.

L’altra mattina in carrozzina, seguiti dal prof. Alessandro Ventura, docente di sostegno e responsabile del progetto, c’erano due studenti della 3° F, Marta Zanconato e Nicolò Boro, entrambi di 13 anni di Arzignano. Per prima cosa, al suono della campanella, hanno dovuto affrontare l’accesso alla scuola. «C’è una rampa, non è difficile. È più complicato aprire la porta» spiega Marta.

Nel corso della mattinata, poi, i due ragazzi sono stati impegnati a recarsi in classe, posizionarsi sul banco, girare per i corridoi per andare in bagno, salire in ascensore, raggiungere l’aula di sostegno, presentarsi in segreteria per chiedere un’informazione, e qui il balcone alto non aiuta. O provare a prendere una bibita al distributore automatico. «Questo progetto mi piace perché capisci come si sentono le persone disabili - dice Marta Zanconato mentre manovra la carrozzina -. Quest’esperienza può sembrare divertente per un po’, ma un’ora è un conto, per tutta la vita è diverso. E le difficoltà ci sono».

«Fa un certo effetto essere seduti in carrozzina - aggiunge Nicolò Boro - noi abbiamo una compagna in sedia a rotelle ma essere seduti qui è difficile. Anche solo passare tra i banchi».

I due ragazzi, così come gli studenti coinvolti nel progetto, durante l’esperimento, compilano una specie di report della giornata. Per indicare criticità ma anche funzionalità e per dare suggerimenti per migliorare l’ambiente. Il tutor Alessandro Ventura riprende l’esperienza in video, per un successivo confronto in classe. «Utilizziamo le carrozzine prestate dal centro residenziale Scalabrin - spiega il responsabile del progetto -. Ho voluto dare comunque un tono di divertimento all’esperienza, perché noi vogliamo sviluppare il rispetto per la persona, non la pietà o la commiserazione. Spesso la disabilità è accentuata dall’ambiente e non dalla diversità. Stare in carrozzina fa capire agli studenti come altri loro coetanei vivono. E i ragazzi a volte propongono soluzioni alternative davanti alla difficoltà o all’ostacolo. Del resto affrontano tutto questo a freddo, non sono preparati ad essere in sedia a rotelle e quindi rispondono d’istinto. Cerchiamo così di sensibilizzarli. Hanno alcuni compagni in carrozzina, anche con disabilità grave, e sono abituati ad aiutarli ma questo è diverso. Cambia la prospettiva».

«Siamo tutti diversi e mettersi nei panni degli altri è fondamentale - Frigotto –. Le barriere fisiche si possono superano ma sono le barriere mentali le più difficili da affrontare. Noi lavoriamo sull’inclusione a 360 gradi e questa è un’esperienza che poi porta al confronto. Così vengono sensibilizzati alla diversità attraverso l’integrazione sociale e prendono consapevolezza delle innumerevoli barriere per chi è costretto ad una mobilità limitata».

Luisa Nicoli
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