Val Liona

Scoperto un nuovo pozzo carsico. «Sarà la "grotta della rivincita"»

La calata nel pozzo individuato in località Spiazzo a Val Liona (Foto GREGOLIN)
La calata nel pozzo individuato in località Spiazzo a Val Liona (Foto GREGOLIN)
La calata nel pozzo individuato in località Spiazzo a Val Liona (Foto GREGOLIN)
La calata nel pozzo individuato in località Spiazzo a Val Liona (Foto GREGOLIN)

A volte per gioco. Altre per sport. Spesso per fatalità. Così che si scoprono le grotte carsiche sui colli Berici. Quello che non si vede, in realtà è capacità ed esperienza di chi, come gli speleologi, vanno a caccia di mondi segreti e inesplorati. Superfici e profondità sono le due sponde su cui si muovono queste "talpe umane", che s'incuneano dentro spelonche e anfratti rocciosi, per trasformarsi spesso in autentiche scoperte. Come l'ultima, avvenuta qualche giorno fa, che ha portato Luca Gelain, Edoardo Cesaro e Luca Marchesin, della sottosezione Cai di Noventa, tutti di grande esperienza, ad annunciare di aver scoperto il più bel pozzo carsico berico: «Più spettacolare per concrezioni, colate calcaree e archi naturali della stessa grotta della guerra di Lumignano». Parole entusiastiche, riportate in superficie dopo l'esplorazione di poche settimane fa, avallate da fotografie che ne attestano la scoperta, in una cava di proprietà dei cugini Grassi, in località Spiazzo in Val Liona. «Trenta metri di puro spettacolo speleologico con canule lunghissime e candide. Colate calcaree che culminano con un arco naturale, come non avevamo mai visto prima».

Gli speleologi del Cai di Noventa dopo la scoperta (Foto GREGOLIN)
Gli speleologi del Cai di Noventa dopo la scoperta (Foto GREGOLIN)

La descrizione è del caposquadra Luca Gelain, che ha sondato molte delle 600 grotte censite sui Berici, che come una narrazione di Giulio Verne lascia spazio tanto alla fantasia quanto alla realtà. Quel mondo raccontato è tutto lì, oltre una frattura sulla parete della cava, emersa casualmente durante i lavori di estrazione della pietra: «I nostri Berici hanno una doppia vita, quella superficiale visibile a tutti. E quella ipogea nascosta agli occhi, concessa solo ai pochi esperti di profondità». «Segnalata l'entrata e ottenuti i permessi di esplorazione, trattandosi di proprietà privata, avviene la classificazione e registrazione della scoperta - racconta lo speleologo -, seguita, come nel mio caso, dagli studi specifici di meteorologia ipogea». Battezzata come "grotta della Rivincita", è legata alla "rivincita", non troppo sarcastica, sulle app tecnologiche da palmare di cui oggi gli escursionisti-speleologi non sanno più fare a meno: «L'abbiamo battezzata così, per fare giustizia su quella "fatalità" che caratterizza spesso le nostre scoperte, dove il fiuto e l'esperienza hanno spesso la meglio sul mondo tecnologico». Inevitabile il dibattito acceso, generazionale, tra esperti, dove però un sassolino può avere spesso la meglio sulle applicazioni di ultima generazione, come si è visto nell'altra loro scoperta datata 2021, ed esplorata qualche settimana fa: la "speruja di Flavio" sul confine collinare tra Longare e Arcugnano.

Qui il professore universitario padovano in pensione Carlo Velussi, con la moglie Noemi Dussini, accompagnati dall'amico locale Flavio Carollo, si sono messi alla ricerca del piccolo antro dove quest'ultimo era caduto accidentalmente tempo addietro. Dopo qualche settimana esplorativa tra i boschi, il buco è stato trovato. Segnalato agli esperti del Cai di Noventa, il gruppo di Luca Gelain si è messo al lavoro: «Il lancio dei sassolini sul meandro iniziale mostrava la presenza di un pozzo profondo, ma le occlusioni di pietra ci hanno obbligato a un estenuante lavoro per l'apertura di un varco». Una sessantina di ore per lo sbancamento dei diaframmi pietrosi hanno reso il pozzo esplorabile: «Dopo tanta fatica, la soddisfazione. Un pozzo di 40 metri con un diametro che in prossimità del fondo arriva a 12, di concrezioni che culminano in una grande colata color marrone, meno spettacolare di quella in Val Liona». Le emozioni sono sempre grandi, e poco importa se come per la "speluja di Flavio" l'accesso verrà occultato per questioni di sicurezza, restando un "segreto" tra speleologi. «Sapere di essere i primi uomini a entrare in ambienti creati in milioni di anni - conclude Gelain -, è come mettere piede sulla luna. Mentre dove noi arriviamo, non si scorge nulla, pur avendo i piedi per terra».

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Antonio Gregolin