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19.01.2019

I 100 anni del bersagliere sfuggito ai nazisti

Secondo Maran, bersagliere, sta per tagliare il traguardo dei 100 anni.  FOTOSERVIZIO  GUARDA
Secondo Maran, bersagliere, sta per tagliare il traguardo dei 100 anni. FOTOSERVIZIO GUARDA

Bersagliere in partenza per l’Africa coloniale, è stato fatto prigioniero dai nazisti in Istria durante la seconda guerra mondiale. Fuggito con un astuto stratagemma dalla stessa porta da cui era entrato, è riuscito a tornare percorrendo a piedi, e non senza rischi, centinaia di chilometri. Secondo Maran martedì 22 gennaio compirà cento anni, carichi di vita vissuta e che si mescolano a uno dei periodi più intensi e tragici della storia d’Italia. Oggi accudito ospite alla casa di riposo San Giuseppe di Orgiano, è originario di Perarolo di Arcugnano dove è nato in una famiglia contadina col padre Antonio, bersagliere anche lui, eroe della Grande Guerra, decorato con medaglia d’oro per essere stato, dopo Nervesa, tra i primi a passare il Piave nei giorni della riscossa italiana. Pochi anni più tardi, nel ‘39, il figlio Secondo Maran è bersagliere scelto. «Fui chiamato alle armi nei bersaglieri ciclisti, e quanto ho pedalato! Nel ‘40 - ricorda - il mio reggimento avrebbe dovuto partire per l’Africa. Forse per un errore non mi imbarcai e mi ritrovai stazionato a Pola al battaglione allievi con l’incarico di portaordini. Con un sidecar mi spostavo fra Fiume, Parenzo e Trieste». In uno di questi spostamenti, all’alba, scortando il comandante, ha investito un uomo. Con l’armistizio con gli Alleati nel ‘43 nell’esercito scoppiò il caos. «Fummo lasciati allo sbando, senza ordini, senza sapere come comportarsi con gli ex alleati tedeschi. Furono momenti critici, caldi, in cui non si capiva più niente, finché una notte i tedeschi ci accerchiarono. Eravamo in trenta bersaglieri, tutti in sella alla propria moto. Molti erano pronti ad aprire il fuoco ma altri urlarono di stare fermi. Nessuno sparò e i tedeschi ci internarono alla caserma di Pola. Lì rimasi per otto giorni, la desolazione era totale». Nella sua testa l’idea di fuggire. «La caserma era piena di sentinelle ma l’accesso per gli esterni era libero. In quel periodo mi frequentavo con una ragazza del posto che ogni tanto veniva a trovarmi, quanto era bella. Così di nascosto, un giorno mi portò un cambio d’abiti. Vestito in borghese, mi incamminai tranquillo verso l’uscita della caserma, e riuscii a scappare. Da quel momento le mie gambe camminarono senza sosta per quaranta faticosi e lunghissimi giorni. Con il cuore pieno di speranza e in tasca appena due lire». Percorrendo strade secondarie, tagliando per boschi e monti e un tratto in mare a bordo di un peschereccio per evitare Trieste, riuscì ad arrivare a Treviso, dove prese il treno. «Il controllore mi chiese il biglietto ma gli feci capire che non ce l’avevo. Il controllore capì: “Stai attento. A Vicenza ci sono le ausiliarie, quelle sono fascistine e ci mettono un attimo a spedirti in Germania”. Allora una signora mi comprò il biglietto e potei scendere tranquillo e tornare a casa. Mia madre era fuori in orto. Giunsi dai boschi e appena mi vide mollò la zappa e corse da me piangendo. Ancora mi emoziono se penso a quell’abbraccio». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Matteo Guarda
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