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14.04.2019

La Sengia dei Meoni Una casa nella pietra

La singolare abitazione arrivò ad ospitare fino a sette persone negli anni ’50. Fu abbandonata nel 1959 dopo che un fulmine la danneggiòUn’altra immagine della Sengia dei Meoni alla fine degli anni ’50La famiglia Meoni che ha abitato per ultima nella casa e che le ha poi dato il nomeLa casa rupestre negli anni ’70, quando ormai non ci abitava più nessuno ed era abbandonata
La singolare abitazione arrivò ad ospitare fino a sette persone negli anni ’50. Fu abbandonata nel 1959 dopo che un fulmine la danneggiòUn’altra immagine della Sengia dei Meoni alla fine degli anni ’50La famiglia Meoni che ha abitato per ultima nella casa e che le ha poi dato il nomeLa casa rupestre negli anni ’70, quando ormai non ci abitava più nessuno ed era abbandonata

«Un fulmine scese dal camino e si scaricò sull’impianto elettrico, sfasciando tutto: cascarono le pietre più deboli del muri e delle finestre. Guerrino Pescaore corse in paese a chiamare aiuto, credevano che fossimo tutti morti. Accorsero le autorità e tanta gente. Poco prima del fulmine ho pregato tanto, bruciando l’ulivo e con la candela benedetta accesa, perché ci salvassimo; avevo quasi un presentimento che succedesse qualcosa, perché era troppo brutto. Fui così graziata che nessuno si è fatto male, nonostante fosse cascato tutto». Il drammatico episodio accadde sessant’anni fa, nell’agosto del 1959: alle sette di sera un violento temporale si stava abbattendo a Zovencedo, colpendo in particolare la zona delle cave di pietra. A ridosso di una di queste cave, su una cengia della parete rocciosa, era stata ricavata un’abitazione rupestre, realizzata chiudendo le aperture della cava con delle murature. Una sorta di casa-grotta, conosciuta come la “Sengia dei Meoni” dal nome dell’ultima famiglia che la abitò. Ed è proprio di una componente di quella famiglia, Adelaide Meoni, classe 1925, il racconto riportato sopra. È vivissimo in lei il ricordo di quella serata spaventosa, che le cambiò letteralmente l’esistenza. Tale fu infatti la devastazione causata da quel fulmine, che la famiglia venne costretta a lasciare l’abitazione e a trasferirsi. I genitori di Adelaide si chiamano Arduino (classe 1894, scomparso nel 1951) e Antonia Dalla Rosa detta Angela (scomparsa nel 1955). Hanno avuto 11 figli, dei quali sette ancora viventi: il più giovane, Giuseppe, è fratello Dehoniano missionario in Mozambico; la sorella più giovane, Rina, in religione suor Arduina, è religiosa a Campi Bisenzio. Qualche anno fa Adelaide Meoni (detta Delasia, ora vive a Prato), accompagnata da figlie e nipoti, è tornata a visitare quella casa, che nell’ultimo periodo ospitava sette persone. Nel 2013 il Comune di Zovencedo, all’interno di un progetto di riqualificazione della zona delle “priare” anche in chiave turistica, ha sistemato la “Sengia dei Meoni”, di cui era diventato proprietario. L’abitazione si trova appena sotto la strada provinciale di Zovencedo, in una zona ricca di cave di pietra, le “priare” appunto, da dove venne ricavata la rinomata pietra di Vicenza. Sulla cengia di una parete rocciosa che domina la Val Pressia, spiega Flavio Dalla Libera in “Zovencedo tra cronaca e storia” (1998), “è stata ingegnosamente ricavata una caratteristica abitazione rupestre, chiamata la Sengia dei Meoni. L’originale abitazione è sviluppata su due piani: sotto, ingresso, cucina con focolare e secchiaio; sopra, camere da letto. Non mancano, sempre all'interno della priara, la stalla e le adiacenze rurali”. “L’abitazione rupestre - scrive ancora Dalla Libera - con la vicina cava in sotterraneo, sono i segni del lavoro di abili cavatori, che permettono di cogliere la storia, la vita materiale e il lavoro dell’uomo sul territorio, e nel loro insieme costituiscono un “unicum”, degno di essere valorizzato in funzione culturale e turistica”. Flavio Dalla Libera, vice sindaco di Zovencedo e appassionato studioso del territorio, ricorda alcune parti di una lettera che Adelaide scrisse nel marzo 1990 sulla storia della sengia. “Da quel che raccontavano i miei genitori, la sengia un tempo era una cava di pietra. Quando fu esaurita fu acquistata dai miei nonni e vi andò ad abitare mio zio, (…) poi mio padre con mia madre e noi fratelli. La sengia un tempo era mal strutturata con una cucina, un passaggio con la stalla, la cantina, il fienile e la scala che portava al piano di sopra con due stanze. Ricordo che mio padre fece il camino che saliva sopra la sengia, un lavoro duro e pericoloso (...). Verso gli anni ’50 ci fu una ristrutturazione: misero la luce con l’aiuto del Comune e di don Carlo (…) pareti di legno, porte, finestre e non dava più l’aspetto di roccia all’interno, era bella”. “Dal 1955 – prosegue Adelaide Meoni nella lettera - andai ad abitare nella sengia con mio marito Virgilio e i figli”. Verso la fine degli anni ’50 la sengia “si stava ormai rovinando: si crepavano le pareti e pioveva dentro. Si vede che ormai doveva avere una fine” e in effetti giunse quel l’11 agosto 1959. Nella lettera Adelaide ricorda come quell’episodio abbia segnato tutti loro, un trauma che li accompagnò a lungo. Il Comune diede loro una nuova abitazione, ma le sofferenza per lei e la sua famiglia continuarono con la perdita, poco dopo, del marito. Poi lei si trasferì: “A Zovencedo lasciai tanti ricordi, belli e brutti, sia della mia famiglia d’origine, sia di quella che mi formai, e non potrò mai dimenticare”. “È importante ricordare – sono le parole finali della lettera – che alla sengia hanno vissuto le famiglie di Anselmo Meoni, Arduino Meoni e la mia. Rimane un ricordo indimenticabile”. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Isabella Bertozzo
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