Zovencedo

L'omicidio del boscaiolo da 5 anni senza verità. Il fratello: «Ditemi chi l'ha ammazzato»

Cinque anni trascorsi senza risposte e scivolati nell’indifferenza. Tanti ne sono passati da quando, nel primo pomeriggio del 13 maggio 2017, un vicino, col quale aveva appuntamento per tagliare l’erba nel suo campo, ha trovato il corpo privo di vita di Mauro Pretto, il boscaiolo-eremita che viveva in un casolare in contra’ Gazzo a Zovencedo, assassinato con una fucilata in pieno petto.
In questi cinque anni, nonostante le indagini a tappeto eseguite dai carabinieri, nessun nome è mai stato scritto sul registro degli indagati come indiziato dell’omicidio; né è mai emersa una pista concreta che potesse offrire qualche indicazione sul movente che avesse potuto armare la mano del killer.
Insomma, quello di Pretto rischia di rimanere un delitto irrisolto. Un cold case che non avrebbe lasciato tracce. Mauro è stato infatti ucciso in una notte di temporale, sull’uscio della sua casa mezza diroccata circondata dal bosco; quel bosco in cui l’assassino ha fatto perdere le proprie tracce. Forse per sempre. Il caso rimane comunque aperto (un omicidio non va mai in prescrizione) però al momento non ci sarebbe alcuna attività investigativa in corso riguardo al delitto del boscaiolo di Zovencedo. Nella primavera scorsa era stata chiesta ai militari dell’Arma, da parte della procura, un’informativa riassuntiva e finale sul caso. E anche il quel caso il report che era finito sulla scrivania del pubblico ministero Maria Elena Pinna, titolare dell’inchiesta, non riportava alcuna novità. Nulla: né riguardo un possibile movente, men che meno sul profilo del killer. Che rimane un fantasma. Chi non ha dimenticato e mai avrebbe potuto farlo è Diego Pretto, il fratello di Mauro. Che da quel 13 maggio di cinque anni fa, tranne i mesi immediatamente successivi al delitto, assieme al dolore e al silenzio della mancanza, ha dovuto convivere anche con quello dell’indifferenza.
«Salvo qualcuno che si fa vivo il giorno dell’anniversario della morte di Mauro, io in questi cinque anni non ho sentito mai nessuno. Non sono più stato convocato dalle forze dell’ordine e non so nemmeno a che punto stia l’inchiesta o se sia ancora aperta. A mia moglie, per esempio, qualcuno, in via informale, avrebbe detto che il caso è chiuso. Ma come dico io? Senza un colpevole? Senza un movente? Adesso cercherò di muovermi, con un legale, per capire a che punto stanno realmente le cose. Mauro forse, per molti, non era una persona “importante” però merita giustizia. Non sapere è un logorio che fa male. Fa male dentro».
Diego Pretto parla e quello del fratello Mauro, della sua morte, diventa un ricordo che parola dopo parola riempie uno sfogo da tempo represso: «Forse, alla fine, il fatto che Mauro se ne sia andato è andato bene a molti; avranno pensato “un rompi palle in meno”. Però mio fratello poteva apparire burbero e scontroso, ma il suo animo era buono. In questi mesi ho scritto anche a Mauro Corona e a qualche trasmissione televisiva sperando che si tornasse a parlare di un omicidio rimasto irrisolto; mai nessuno mi ha risposto». Ma l’indifferenza che a Diego fa forse più male è quella ricevuta dal paese e dai vicini del luogo in cui aveva deciso di vivere Mauro e dove ha poi perso la vita: «Il paese rappresenta un tasto dolente. Sono andato lì l’ultima volta un anno fa: quel delitto non interessa più a nessuno. Men che meno interessa la persona che è morta. Hanno persino portato via la Vespa che Mauro aveva ancora nel casolare, rimasto ancora più abbandonato».

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Matteo Bernardini