Barbarano Mossano

Insulta, pesta e stupra la moglie. «L'ha pure sequestrata in casa»

Un incubo. È quello che un operaio avrebbe fatto vivere alla moglie in casa. L’avrebbe picchiata, molestata sessualmente e poi anche sequestrata in casa, impedendole di uscire, e l’avrebbe lasciata senza cibo. È quanto contesta la procura, con il pubblico ministero Carunchio, al cittadino marocchino J. L., 40 anni, residente a Barbarano Mossano (pubblichiamo le iniziali per non rendere riconoscibile la moglie, sua connazionale di 35 anni, presunta vittima di violenza sessuale). L’imputato è ora a processo davanti al collegio presieduto da Amedoro, e dovrà tornare in aula in ottobre: assistito dall’avv. Enrico Mariotto, dovrà difendersi dalle pesantissime accuse di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e sequestro di persona. La presunta vittima, tutelata dall’avv. Simone Mondini, si è costituita parte civile per sollecitare un risarcimento dei danni subiti.
I fatti contestati sarebbero emersi nella primavera di due anni fa e sarebbero avvenuti nei mesi precedenti, dopo la denuncia presentata dalla moglie ai carabinieri. Stando a quanto emerso, l’imputato in casa, a Barbarano Mossano, si sarebbe comportato come il padrone assoluto. Avrebbe ripetutamente aggredito, sia fisicamente che verbalmente, la connazionale, anche per ottenere da lei rapporti sessuali; l’avrebbe percossa, tirandole i capelli, colpendola con schiaffi e calci su tutto il corpo, come era avvenuto nel giugno di quattro anni fa, quando lei era stata costretta a ricorrere alle cure mediche. 
L’operaio l’avrebbe insultata e umiliata appellandola con epiteti irriferibili; le avrebbe sputato addosso, per dimostrarle che lei non valeva nulla ai suoi occhi. In quello stesso periodo, avrebbe costretto la convivente a subire atti sessuali non voluti, prevaricandola con la sua forza. Questo comportamento sarebbe avvenuto in diversi momenti.
Non solo: in più occasioni, quando usciva di casa per recarsi al lavoro, J. L. avrebbe chiuso all’interno la moglie, impedendole di uscire: lei, anche se non aveva nulla da mangiare, doveva necessariamente attendere che lui rientrasse per tornare ad avere un minimo di libertà. Per questo, alla prima occasione, aveva trovato il modo di uscire e di rivolgersi ai carabinieri, ai quali aveva raccontato che cosa le stava accadendo fra le pareti domestiche. Era disperata ed aveva chiesto aiuto, temendo ritorsioni da parte del convivente, descritto come violento e molto aggressivo.
Era stata immediatamente informata la procura, che aveva attivato le procedure d’urgenza per il “codice rosso”; la marocchina aveva trovato ospitalità in una struttura protetta di modo che non corresse il rischio di tornare nuovamente fra le grinfie del marito, che era stato informato quando aveva avuto contezza del fatto che lei aveva intenzione di separarsi per sfuggire all’inferno quotidiano che viveva fra le pareti domestiche. Gli inquirenti nelle settimane successive avevano raccolto una serie di testimonianze e di riscontri per far luce su quanto avveniva in quella casa e per verificare la fondatezza delle dichiarazioni della parte offesa, che era stata poi ascoltata nel corso dell’incidente probatorio in cui aveva confermato le accuse rivolte al connazionale. 
In base agli elementi raccolti, la procura ha chiesto e ottenuto il processo pubblico. L’imputato, che si è sempre difeso contestando la ricostruzione e professando la sua innocenza, avrà ora l’opportunità di difendersi e di far valere le sue ragioni direttamente davanti al tribunale collegiale. Nel caso in cui le accuse trovassero conferma in aula, rischia una condanna pesantissima.

 

Diego Neri