L’ALBUM/3

Pensieri di oggi nella neve: «Mario, rivarem a baita?»

Una camminata nel bosco riporta l'autore ai temi de "Il Sergente nella neve"
Una camminata nel bosco riporta l'autore ai temi de "Il Sergente nella neve"
Una camminata nel bosco riporta l'autore ai temi de "Il Sergente nella neve"
Una camminata nel bosco riporta l'autore ai temi de "Il Sergente nella neve"

Gennaio è un mese freddo in altopiano e quest'anno la neve continua a cadere come non si vedeva da anni. Mi piace uscire mentre nevica, tutto assume una dimensione ovattata: i suoni si attutiscono e il mondo appare in bianco e nero come una pellicola sbiadita del passato. Sembra che i cambiamenti del mondo rallentino o spariscano per lasciare spazio a immagini a metà fra i ricordi e il presente. Scendo da casa mia attraverso i boschetti di Gallio e vedo ai lati del sentiero i segni di Vaia. Non ci eravamo ancora abituati agli effetti di questa inusitata tempesta quando sulle nostre teste è arrivata la tragedia della pandemia. Per la prima, alberi a terra, tronchi sradicati e radure massacrate dal vento, per la seconda amici che se ne sono andati, anziani che ci hanno lasciato, incertezza e sgomento che ci sta rubando il futuro. Costeggio il limitare del bosco e arrivo all'inizio di una salita dove mi capita di ricordare una visita di alcuni anni fa. Ero passato a salutare Mario Rigoni Stern, una persona, un asiaghese che conoscevo da sempre, sin da quando ero bambino. In quel momento lui non c'era e allora gli lasciai un biglietto. La mia idea era scrivere a quattro mani la storia di un vecchio medico di montagna che in qualche modo riportasse in vita i ricordi condivisi della vita di mio padre negli anni del dopoguerra. A quella lettera semplice e diretta, Mario mi rispose qualche giorno dopo ricordando molti degli episodi vissuti con mio padre e impressi nella memoria. Mi disse che era stanco e che non sarebbe riuscito a portare avanti il progetto ma mi stimolava a farlo nello spirito della comunità montana e della memoria di eventi che altrimenti il vento e la neve assieme alle stagioni del tempo avrebbero cancellato e consegnato all'oblio. Sorrido mentre continuo a camminare in salita e ricordo le sue espressioni e i suoi scritti che si fondono in un'unica percezione spirituale fuori dal tempo e dallo spazio. E allora la neve che fiocca insistente mi riporta ai racconti di guerra e alle miserie e agli stenti che i nostri soldati dovettero patire nelle distese inospitali della Russia. Le confronto con il nostro benessere attuale, ma quello che mi colpisce è che mentre il pane o il focolare oggi non ci mancano, sofferenze e pene dell'anima sono presenti più che mai nell'angoscia di questa modernità inesorabilmente spietata, di questo individualismo sfrenato e di questa rincorsa verso falsi miti che ci impediscono di guardare dentro di noi. Le scarpe battono il sentiero e calpestano la neve fresca che scrocchia sotto il mio peso ad ogni passo, ma i piedi sono caldi e non soffrono di congelamento come quelli dei nostri alpini. La giacca mi protegge dal freddo e dall'umidità e non ricorda minimamente quegli stracci con cui i nostri giovani, in quella sciagurata guerra, cercavano di proteggersi. Camminando sento i rumori del bosco che mi sono cari e mi danno serenità e penso alla fortuna di non aver un ipotetico nemico che mi sta sparando addosso. Tutto questo, mentre la salita si fa più erta mi ricorda quanto fortunati siamo rispetto a quei poveri soldatini descritti da Mario ne "Il Sergente nella neve", la cui testimonianza è arrivata sino ad oggi e rimarrà per sempre. Nei suoi ricordi della ritirata di Russia, Mario ci raccontava di sofferenze e di paure di uomini semplici per un destino incerto, tanto immediato nell'incertezza della sopravvivenza, quanto più esteso nel tempo nella immaginazione di un futuro ignoto e oscuro. Camminando nel conforto dei miei scarponi, della giacca e di guanti caldi e morbidi mi sento vicino a quei ragazzi in una sofferenza simile ma diversa, più cosmica che contingente. Sento il peso di un mondo che vede i ricchi diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Un mondo dove c'è poco spazio per l'amicizia e molto di più per l'arrivismo e l'effimero successo. Un mondo dove i valori veri sono spesso sostituiti da falsi idoli. In questo mondo le sofferenze sono meno fisiche e più spirituali. In questo il paese, il bosco, la neve mi sono amici e mi aiutano a continuare a credere e a progredire. I passi che mi portano lungo la salita del sentiero seguono delle orme di un'altra persona passata prima di me. Potrebbero essere le tracce ideali lasciate da mio padre per suggerirmi una medicina fatta di empatia e di vicinanza al malato. Le mie scarpe potrebbero ricalcare quelle orme e lasciarne altre magari per mio figlio e per tanti altri giovani medici di oggi affinché non solo curino il malato, ma se ne prendano cure. Potrebbero essere le tracce di un amico che oggi non c'è più, di una figura che i giovani soldatini vedevano come una guida per risolvere i problemi immediati ma anche i loro dubbi esistenziali, di un sergente nella neve. E allora seguendo quelle tracce, percorrendo quel sentiero così ricco di significati e ripensando alle sofferenze di oggi, meno fisiche ma più spirituali, con uno sguardo sul mondo, sui suoi problemi, sull'incertezza dei nostri giovani, sulla lotta contro la malattia e la sofferenza, mi viene da inviare un pensiero affettuoso all'amico di quel bosco chiedendogli idealmente: "Mario, rivarem a baita?".

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Claudio Ronco

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