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Un’Italia del calcio che non investe, ma il derby giovani-vecchi non ha senso

E poi arrivò la partita inutile Turchia-Italia con una nuova Nazionale piena di nuovi titolari e vecchie incertezze. Vittoria e una domanda? Se Mancini avesse schierato l’attacco Raspadori-Scamacca avremmo vinto con la Macedonia del Nord? 

Ho dovuto aspettare qualche giorno per tornare a parlare di calcio, metabolizzare l’uscita dai mondiali della truppa Mancini,  comprendere fino in fondo cosa significa se una generazione di ragazzi non vedrà l’Italia in questa competizione. Lo ammetto ho pochissima voglia di calcio, nemmeno di Fantacalcio che comunque sarebbe sempre meglio di un incubo chiamato SCI (sistema calcio italiano). Mi aggrappo alle sorti e alle cronache del mio (nostro LR Vicenza), ma quella è fede e qualunque cosa accada, rimane un pilastro esistenziale.

Mi sono voluti cinque giorni per riflettere sul perché ce ne siamo andati con la coda tra le gambe dai mondiali in Qatar. Una Nazionale così infantile che devasta pure gli spogliatoi dello stadio per poi scusarsi («Eravamo delusi e frustrati dal risultato»), non si era mai vista. Come se noi non fossimo delusi e frustrati da questa umiliazione, e per questo legittimati che ne so, a sbattere a terra i piatti di casa e intasare il water con una risma di carta.  Poi tocca alle centinaia di allenatori dei ragazzini spiegare che uno spogliatoio va tenuto in ordine per rispetto degli avversari e di se stessi… Parole al vento davanti alle gesta di una Nazionale che ancora una volta è specchio di un Paese e di uno SCI (sistema calcio italiano) vittima della sua ipocrisia.

Il tema oggi non può essere Mancini sì o Mancini no, il tema piuttosto è sempre quello, dall’Italia di Ventura a oggi. Quattro anni persi in dibattiti sterili, chiudendo gli occhi su quello che si deve fare come insegnano i modelli esteri. Questa Italia, intesa come Paese e come SCI vuole davvero investire, cambiare regole obsolete, scommettere sul calcio e lo sport come settore di rilancio di una Nazione che ha perso i Mondiali e vinto un Europeo  ai rigori? E anche un po’ di dignità, perché questa è anche la sconfitta dell’Italia intera che si identifica con la maglia azzurra. Un popolo di tifosi da 50 milioni di abitanti un po’ più soli perché privati di un’identità aggregante che era la Nazionale.

Si può ricominciare? E da dove? Certo, ma ci vuole coraggio e visione, gli uomini per fare il salto di qualità ci sono, basterebbe che trovassero spazio. Invece si continua a parlare senza cambiare granché. A cominciare dalla questione giovani. Personalmente non mi piacciono le categorie, questa lotta “ideologica” tra giovani e anziani non ha senso, sono dell’idea che in campo ci va quello bravo, quello capace, quello che se lo merita. Che abbia 17 anni o 40. Le stesse età Mancini e Maggio del Vicenza, per dire. Ma sentire o leggere ogni giorno che in Italia bisogna dare spazio ai giovani e lanciarli nelle prime squadre, rischia di diventare una non soluzione che nasconde il problema vero. Va detto forte e chiaro: oggi i giovani trovano spazio (poco) nelle prime squadre per una ragione prettamente economica, perché le società ricevono i contributi federali in base al minutaggio in prima squadra. 

Già togliere questa regola, farebbe chiarezza. In campo ci devono andare quelli bravi, non quelli giovani o vecchi.

C’è poi l’altra questione ben più grande, più o meno tutti abbiamo sentito frasi del tipo: “All’estero le squadre rischiano i giovani, noi non lo facciamo, non gli diamo tempo per crescere”. Vero, ma è altrettanto vero che mediamente un 18enne che debutta in Premier, Liga o Bundesliga, è più pronto dei nostri talenti in erba. E’ questa la differenza: il sistema calcio inglese, tedesco, spagnolo, ma anche portoghese, olandese, danese, sloveno, austriaco, insomma nel resto d’Europa da decenni si lavora in un’unica direzione, fatta di metodo e competenza, alzando l’asticella della formazione di tecnici, scout, staff, centri tecnici. Senza contare le infrastrutture e i mezzi messi a disposizione. In una parola si investe sulle professionalità e sulle competenze, al centro di tutto c’è il merito. E i governi  aiutano le società a crescere (In Italia manca in ministero dello Sport). 

Nel calcio moderno non si inventa nulla e ogni prodotto calcistico proviene da anni di lavoro e investimenti. Succede questo da anni in Spagna, Portogallo, Germania e Inghilterra. Ma non in Italia. Una regola che vale per Tommaso Mancini, gioiello del Vicenza che va curato come tanti ragazzi biancorossi ma che vale per tutti i settori giovanili, anche quelli dei Dilettanti che non devono certo essere trattati come vivai di serie B ma che hanno bisogno di aiuto normativo e di formazione. Perdere due volte la qualificazione Mondiale è sì un’umiliazione ma è soprattutto il risultato di quanto poco si è fatto per il calcio italiano che una volta era il più bello del mondo e che adesso è depresso e indebitato. Oltre 3 miliardi di rosso delle società calcistiche di A, B e C, ci dice che il crac del sistema è molto, molto vicino. E un nuovo Ct non basterà a salvarci.

 

eugenio.marzotto@ilgiornaledivicenza.it