We are Lane

Un disastro che ha bisogno della (ri)costruzione dal basso

C'è un tifoso a me caro che ricorderò anche per questo ultimo episodio che mi ha raccontato. Immaginatelo alle dieci di sera vagare nella Vicenza svuotata per le sbornie di Pasquetta e lui che percorre le vie della città nel silenzio di un fallimento sportivo. Reduce dalla sconfitta interna del Perugia il mio (nostro) amico tifoso a vagare, in cerca di un conforto qualsiasi, un appiglio di speranza, come Archimede in cerca di un'idea, una luce per poter guardare lontano. Il mio amico una lucetta debole l'ha trovata nella matematica e negli incastri di risultati che potrebbero far rimanere a galla il Lane per poi giocarsela ai playout. Possibilità miste ad illusioni perché il problema vero sta dentro una squadra che non ha mai trovato le energie per uscire dalle secche del fondo classifica. Il Vicenza ha sempre navigato in zona retrocessione da agosto ad oggi, segno che i problemi sono strutturali, pesanti come una capriata di cemento sopra le teste di una dirigenza che non ha mai trovato il bandolo della matassa.

Un Lane malato non poteva certo essere guarito in una settimana dal pratico Francesco Baldini che ha un'idea di calcio precisa che però può essere efficace con altri giocatori e un altro approccio ai problemi. Non è certo di Baldini la colpa se non è arrivata la vittoria al Menti lunedì di Pasquetta, ma è anche sintomatico che nessuno ci abbia messo la faccia davvero per dire una volta per tutti «abbiamo sbagliato, la colpa è nostra». Finora la colpa è sempre stata degli allenatori, prima Di Carlo, poi Brocchi, in mezzo il diesse Magalini colpevole di non aver fatto un mercato adeguato nell'estate 2021 che come ragionamento ci potrebbe anche stare se a gennaio si fosse fatto meglio, peggio ancora di certa stampa fin troppo critica. Ma questo dibattito adesso è vecchio e stantio per rivangarlo, perché già oggi e in questa fase della stagione, il Vicenza deve pensare alla ricostruzione, l'unico modo per ottenere il bonus del sostegno dei tifosi che non può essere né automatico, né illimitato.

Vero, mancano tre partite (Como, Lecce e Alessandria) ma qualunque sia il risultato in campionato è già tempo di pensare a rifondare il progetto tecnico, progetto che peraltro in quattro anni si è fatto fatica a intuire qual è. Nessuno è esente da colpe ma c'è anche chi ha responsabilità diverse con percentuali che variano. Vero che anche i media avevano maledettamente sopravvalutato a inizio stagione una rosa che avrebbe dovuto puntare ai playoff e che adesso vede la serie C, ma è altrettanto vero che chi fa informazione non decide le sorti di una squadra. Invece le decidono i vertici di una società chiusa a riccio che attende – forse – la fine della stagione per dire davvero cosa è successo da settembre in poi in via Largo Rossi 9, per poter essere giunti ad un fallimento sportivo come questo. Nella società LR Vicenza c’è chi ci ha investito come mister Diesel, chi ha programmato e chi ha fatto delle scelte. Insomma chi ha messo sul tavolo milioni di euro e chi ha deciso come spenderli avendo una missione in testa e se oggi quella missione è naufragata qualcuno ci spieghi come si ripartirà, come si ricostruirà il nuovo Vicenza. I tifosi solo questo chiedono: chiarezza e sincerità, la fede biancorossa è talmente grande che davanti ad un progetto fatto di competenza e lealtà, può davvero diventare il motore della ripartenza.

Ci sono tanti errori che sono stati commessi, non in questa stagione, ma dal famoso anno Zero della stagione 2018/2019 quando si insediò lo stato maggiore dei Rosso, in poi. Il più grande degli errori è stato promettere qualcosa che non si poteva realizzare. Quella serie A in cinque anni, resta la più grande delle illusioni, ancora più grande di uno stop preciso di Teodorczyk. Meglio sarebbe stato dire: «Siamo qua, vi abbiamo evitato l’anonimato nel panorama calcistico e ci proviamo». Il resto è cronaca di una sconfitta gestionale con dieci giocatori cambiati ogni anno, mercato da rifare in ogni stagione e pochissimi giocatori di proprietà, senza giovani valorizzati. Nemmeno l’enfant prodige Mancini. Che sia Lega Pro o una miracolosa serie B si dovrà rifare tutto e nessuno potrà nascondersi dietro le responsabilità dei cinque allenatori cambiati in quattro anni. La rifondazione passa per (poche) idee ma chiare e persone che metabolizzino cos’è una rifondazione di un club che non può perdere il legame con la sua gente. In fondo non è una questione di soldi, o non è solo una questione economica, anche perché comunque la si voglia leggere, il patron Renzo Rosso di liquidità ne ha iniettata tanta senza aver raccolto granché. Ma questa società merita una seconda occasione solo se saprà cambiare direzione con persone che abbiano il coraggio di portare sulle spalle il peso di una ricostruzione (dal basso).

eugenio.marzotto@ilgiornaledivicenza.it