We are Lane

Se la popolare curva diventa elitaria

Non me ne vogliano gli amici della curva, sono nato come tifoso del Vicenza ai tempi di Bruno Giorgi, quando in quella Sud, completamente diversa da oggi si saliva dalle parterre scavalcando la staccionata, aiutati dagli amici del piano superiore e rischiando (molte volte) l'osso del collo e qualche manganellata. 
Conosco bene l'anima della curva e la sua storia, i suoi antichi capi che oggi non ci sono più e che oggi tifano ancora Vicenza da lassù, conosco i riti e gli improperi (usando un termine gentilesco) di quando non si cantava a squarcia gola, perché in quegli anni chi non cantava a squarciagola veniva preso e strattonato via- Quante birre però, quanti panini (anche al sacco) e quante feste nel pre e post partita quando l'assembramento era un valore aggiunto e non un attestato di pestilenza e si arrivava allo stadio salendo le corriere di periferia e dalla stazione al Menti si cantava.

Molti anni dopo, da giornalista nell'epoca della maturità e della stempiatezza, ogni volta che si parlava e si parla ancora oggi di tifosi e tifo nei social, sui giornali e in tv, sono sempre scettico, tirare in ballo il termine "tifosi" come se rappresentasse qualcosa di astratto buono per gioie, dolori e proteste per indirizzare una passione, mi mette sempre sul chi va là. E in queste ore mi sono chiesto se è possibile una distinzione tra tifosi della curva, distinti o tribuna.

Il tifo è tifo e la passione è trasversale, si esprime in diverse maniere. E sono sinceri i vari attori del Vicenza, dal presidente all'allenatore a dire che i tifosi sono l'arma in più di questo Lane e averli o non averli allo stadio fa la differenza. «Valgono 5 o sei punti in più in classifica» disse il dg Paolo Bedin durante un'intervista e aveva ragione, sottolineando come il tifo biancorosso è invece qualcosa di palpabile, maledettamente concreto, concreta come l'idea che si possa tornare allo stadio anche se al 50% della capienza.

La Curva Sud, (anzi, il tifo organizzato della curva, invece ha detto no), rifiutando l'idea che adesso in questo Paese che ha bisogno di riemergere dalle ceneri esistenziali lasciate dalla pandemia, è meglio starsene a casa e stendere lo striscione in terrazza. È come se il luogo più popolare dello stadio, quello delle birre, degli abbracci, dei balli cadenzati e delle canzoni da cantare tutti insieme, si estraniasse dalla festa collettiva in maniera elittaria. Non me ne vogliate ragazzi, ma la scelta "o tutti o nessuno" riferendosi ai gruppi organizzati vicentini e delle altre curve d'Italia, è una risposta sbagliata nel momento sbagliato quello in cui il Vicenza, i vostri eroi, quelli che "Vi vogliamo così", hanno bisogno di una normalità sportiva e calcistica, di una spinta collettiva di tutto un popolo che deve viaggiare sulla stessa strada.

Hanno bisogno di sentirsi a casa, nella nostra casa, dove c'è posto per tutti e non c'è limite, nemmeno quello del numero dei biglietti disponibili. Dire: «Andate voi allo stadio che per noi sono inaccettabili le restrizioni», significa pensare che il resto dei tifosi accettino le limitazioni serenamente. Non è così, i 6.000 che torneranno allo stadio hanno scelto di prendersi uno spicchio di libertà e di passione, rimasta rinchiusa per un anno dentro il salotto di casa e un canale tv a pagamento.
Non presenziare alla festa che inizia sabato nella prima partita stagionale al Menti, rischia di assomigliare molto a quelle festicciole in parrocchia a cui partecipavo ai tempi delle parterre in cui qualcuno preferiva non andare, lasciando la sedia vuota per farsi notare. Finiva però che quelli presenti invece ballavano avvinghiati alle ragazze più audaci lenti da favola, prima di limonare duro.

eugenio.marzotto@ilgiornaledivicenza.it

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