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Mario, falli giocare

Ore 17,30 di un venerdì di febbraio, una mamma indossa la mascherina e dietro alla rete guarda suo figlio di 7,8 anni che corre insieme ad altri bambini sul campo da calcio dell’Altair a San Pio X, inseguendo un pallone che quasi fa fatica a calciare. Poi la donna si stacca e si gira verso un nugolo di padri, li guarda con gli occhi lucidi ed esclama: “Che bello vederli correre, non mi sembra vero che siano qui a giocare a calcio”.

Passeranno così due ore di normalità in tempo di pandemia, con un bravo allenatore che posiziona birilli gialli sul campo sintetico per degli esercizi ludici adatti ai primi calci o al mondo dei Pulcini. Una boccata di ossigeno puro che esce dal campo di via Calvi, uno spazio incastonato tra i condomini e la ferrovia, un simbolo di resilienza di tutte quelle piccole società calcistiche che non si sono arrese e faticosamente sono andate avanti non tanto per la loro sopravvivenza ma per quelle dei piccoli. Con l’aiuto degli allenatori. Mister come insegnanti, la tuta e un cinesino in mano, al posto del libro di Antologia (esiste ancora?) e dell’evidenziatore. Meriterebbero un plauso pubblico questi allenatori (una ventina le squadre che ci provano ancora) che in provincia hanno scelto di andare avanti tra mascherine e misurazione della febbre, autocertificazioni e difesa preventiva al Covid.

Chissà che il suono del loro fischietto non arrivi a Mario però. Draghi il super eroe, tra pragmatismo ed umanità, ha il difficile compito di mediare tra le varianti del virus e in cambi di personalità di milioni di bambini italiani.

Non è questione che riguarda solo il calcio, il punto di partenza è considerare o meno lo sport giovanile e dilettantistico come una terapia anziché un problema.
In base ad alcuni studi emerge che in Italia il 71% di bambini e ragazzi manifesta disturbi somatici, di ansia, del sonno, fenomeni di regressione, instabilità emotiva e tendenza alla depressione, il 22% disturbi alimentari, il 32% un aumento ponderale, il 45% manifesta il bisogno impellente di frequentare amici. Insomma, i ragazzi sono i grandi dimenticati della pandemia. E da un anno gli sportelli di ascolto delle scuole medie e superiori di città e provincia, sono frequentati in maniera massiccia come ha rilevato nelle settimane scorse il GdV. La questione è sì sanitaria ma anche culturale, in fondo. Nella tutela della salute lo sport che valore ha? Ci sono voluti mesi di didattica a distanza per constatare che la scuola non è un pericoloso luogo di contagio se si adottano tutte le misure necessarie. La competizione in campo, una partitella tra ragazzi o ragazze, di calcio, basket, volley o una gara in piscina, sono davvero terreno per il Covid? Ha davvero un ruolo l’attività sportiva di base, tanto quella scolastica? La questione è sì sanitaria ma anche culturale, in fondo.

Non era partito benissimo Mario Draghi nell’elencare ministeri e ministri, mancava appunto il dicastero dello Sport. Ora verrà nominato un sottosegretario ad hoc che avrà una montagna da scalare senza ramponi, tra campionati che saltano, società sportive indebolite e una generazione di baby sportivi aggrappati a Fortnite. Ma c’è tutto il tempo per vincere in contropiede.

eugenio.marzotto@ilgiornaledivicenza.it

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