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Lettera aperta a Samuele Longo

Caro Samuele

confesso che ci ho creduto fino alla fine perché sono un inguaribile romantico, lo avevo confessato ad un’amica prima della partita allo stadio Del Duca di Ascoli. “Dai che segna, sarebbe bellissimo” e invece... Ma la cosa che mi arrovella il cervello è che ci credo ancora. Perché dai, non può essere vero, incespicare sui palloni e sbagliare facili appoggi ai compagni a volte capita, ma se capita e ricapita allora significa che la cosa è più complicata e non si può ridurre in un 4 in pagella. C’è qualcosa di più profondo che rende più accattivante una storia senza lieto fine.

Allora ti scrivo Samuele come se io fossi uno zio che non hai mai conosciuto ma che vuole capire – a distanza – cosa passi nella testa di un giocatore che di gol in carriera non ne ha fatti molti ma ne ha fatti ma che partita dopo partita mi fa capire che forse la voglia di giocare gli è passata.

Poi, diciamoci la verità Samuele, l’amore fra te e il Vicenza in fondo non è mai sbocciato e non poteva essere altrimenti. Hai lasciato la tua Valdobbiadene nell’età dell’adolescenza per trasferirti a Milano e giocare nell’Inter, sei diventato adulto in fretta, sei stato costretto a misurarti con le cose pratiche della vita quando i tuoi coetanei si divertivano a rincorrersi nei parchetti di provincia. Hai dovuto fare i conti, quando ancora avevi i brufoli sul volto, con parole pesanti per la tua età come obiettivi, dieta, competizione, sfide. Eppure ne eri uscito alla grande diventando una promessa del calcio nazionale dopo i tanti gol nella Primavera dell’Inter.

Sono passati dieci, dodici anni da quel periodo ma io come tutti da queste latitudini vorremmo che almeno con la testa e l’atteggiamento tornassi il ragazzino sfrontato che non aveva paura di sbagliare davanti al portiere. Sei stato un giramondo giocando in tre squadre spagnole, poi il ritorno in Italia nella Cremonese e il Venezia, qualche infortunio, qualche pausa, poi la chance di giocarti tutto a Vicenza con un contratto triennale sontuoso. Difficile però trovare una casa dopo averne vissute tante, quando sei abituato a ricominciare tutto da capo ogni volta è sempre dura mettere radici. Eppure, te lo confesso con il cuore in mano, io come altri sono qui a tifare per te per poi vederti gioire sotto la curva anche se vuota. Perché comunque non può finire così, non può finire tutto per un gol sbagliato con il Cittadella e una sostituzione mesta dopo 50’ minuti di gioco ad Ascoli.

Il tuo allenatore che in carriera avrà conosciuto un migliaio di giocatori, conosce bene la psicologia dello spogliatoio e dei suoi ragazzi e sa che l’unica cura per un calciatore è il campo, le difficoltà si superano giocando. Mimmo che ti fa partire titolare ad Ascoli in fondo ti ha chiesto nonostante tutto di resettare gli errori e ricominciare, poi sai com’è… la pazienza non è infinita.

Questione mentale dicono: secondo un’indagine del sindacato mondiale dei calciatori (Fifpro) il 26% dei giocatori soffre di depressione, uno su 4. Poi gli psicologi veri (non quelli da bar come me), spiegano che in realtà un depresso non uscirebbe nemmeno di casa per andare agli allenamenti. I giocatori in crisi soffrono piuttosto di ansia da prestazione e mancanza di autostima che li divora fino a sprofondare. E per gli attaccanti la cosa si complica perché vivono di una palla che gonfia la rete, un mestiere difficile dove contano i numeri. Ecco, caro Samuele, non sprofondare perché non ne vale la pena, non può essere un Cittadella qualunque a rovinarti le notti. Questo rimane comunque un gioco, anche se in campo la porta diventa piccola quando la devi affrontare, ma in fondo è il gioco più bello del mondo e va trattato con leggerezza, cancella l’ansia del giovane studente che deve passare l’esame di maturità perché quello l’hai già fatto con successo.

Allora sai che ti dico, io sogno insieme a tanti altri i tuoi gol per salire in zona playoff in queste ultime sei gare, sarebbe la più bella favola umana e sportiva di questo finale di stagione e un sogno romantico non si nega a nessuno. Gioca per te stesso Samuele, mica per i tifosi o la società. Come quando correvi con la palla sulle strade di Valdobbiadene e la porta era fatta con due sassi.

eugenio.marzotto@ilgiornaledivicenza.it