We are Lane

La solitudine del portiere e la partenza dal basso

Li vedi impacciati alle prese con un mestiere che non è il loro, ma la flessibilità del lavoro (mista a precarietà) ha colpito anche loro. Costretti a usare i piedi quanto le mani, i portieri sono diventati lavoratori solitari su cui gravita la modernità del calcio. L’idea cioè che tutti devono saper far tutto, anzi che possono fare tutto. Si aprirebbe qui un dibattito sul valore delle competenze ai giorni nostri, ma lo archiviamo per lasciare spazio a quello che è successo in sette giorni a due grandi portieri. Domenica 7 febbraio in Liverpool-Manchester City il povero Allison ha sbagliato due appoggi con i piedi in tre minuti, regalando palla e vittoria agli avversari, compromettendo il campionato.

Cinque giorni prima in Inter-Juventus, Handanovic e Bastoni non si intendono su chi deve fare cosa dopo un pressing bianconero che si sarebbe potuto saltare con un lancio lungo. Ahia, l’ho scritto “lancio lungo“, blasfemo per i calciofili puristi e tecnici quanto gli spaghetti con il ketchup. Non si fa e basta nel calcio di oggi, nipote delle filosofie olandesi, sacchiane e del Barcellona di Guardiola dove i portieri fanno i mediani e i centrali difensivi le mezzali. L’idea cioè della partenza dal basso, dal portiere per poi via via salire palla al piede fino agli attaccanti, ha stravolto principi di gioco e sicurezze marmoree dei portieri inoculando dubbi esistenziali in chi gli sta affianco, come i terzini che adesso si chiamano esterni bassi. Una rivoluzione applicata almeno da quindici anni con l’idea di raggiungere l’efficacia attraverso la costruzione del gioco a partire da chi deve difendere la porta dagli avversari e da sé stesso. La partenza del basso come principio socio-calcistico, l’individuo solitario confinato in un’area precisa (il portiere) adesso è costretto a dialogare con l’esterno, l’estremo difensore di principi secolari, sacrificato allo scambio di prospettive (l’attaccante che ripiega, l’esterno alto che si allarga, il mediano che riceve). Una rivincita dopo anni di isolamento nell’area piccola o la perdita di punti fermi e consolidate certezze? Libertà o costrizione?

La domanda è una, caro Tommy, ma ne abbiamo davvero bisogno? Cioè l’efficacia di un’azione può davvero dipendere da un portiere votato alla solitudine, quante di queste partenze dal basso portano ai risultati attesi da allenatori e tifosi? Anche il mister biancorosso, Mimmo Di Carlo, ben prima di arrivare a Vicenza sfrutta il gioco con i piedi del portiere Matteo Grandi e nel campionato in corso raramente l’estremo difensore si è trovato in difficoltà, il problema semmai sono i meccanismi dal centrocampo in su, con il movimento delle punte che diventa fondamentale. Attaccare dal basso con tanta precarietà è davvero la strada che porta alla bellezza?


------------------------------

Tommy Dal Santo è un allenatore delle Giovanili del Vicenza Calcio, laureato in filosofia, applica i suoi principi di gioco (sperimentando molte soluzioni di gioco) alla squadra che milita nel campionato Giovanissimi Under 14. Scrive per diverse rubriche on-line. Appassionato di Oasis, Beatles e calcio inglese.

Con lui ho voluto dialogare sul ruolo dei portieri oggi e quelli futuri, capaci di giocare con i piedi. A tutti i costi. Perché è cambiato il ruolo che tanta letteratura sportiva ha prodotto in un secolo di calcio? La chiamano “partenza dal basso” oppure “attaccare dalle retrovie”. Anche quando si subisce gol.

 

La mia solitudine non dipende dalla presenza o assenza di persone; al contrario, io odio chi ruba la mia solitudine, senza, in cambio, offrirmi una vera compagnia. (F.Nietzsche)


 

L'immagine del portiere solitario caro Eugenio richiama alla memoria la storia di Sam Bartram, mitico portiere del Charlton abbandonato nella nebbia. Chelsea vs Charlton, 1937: nebbia fitta, dopo pochi minuti l`arbitro manda i giocatori negli spogliatoi; rientrano tutti, tranne Bartram appunto, che solo dopo una ventina di minuti si accorge che la partita era stata sospesa. Stava aspettando ancora un attacco degli avversari. Immagine poetica di un calcio che fu, emblema della solitudine dei numeri uno.

Ma Sam Bartram aspetta perché è li per parare. Perché appartiene ad un paradigma - a principi che tu giustamente chiami “socio-calcistici”– che definirei meccanicista. In un congegno meccanico ogni componente svolge una funzione diversa, ed è specializzato in quella; traslato in altri termini il portiere para e usa le mani, i marcatori marcano, i mediani stanno appunto nel mezzo ed i reparti sono compartimenti. La squadra è un insieme di ingranaggi perfettamente oliati (e la mitica Orange è qualificata “Meccanica”, forse non comprendendo che siamo di fronte ad un primo cambio di paradigma).

Ad Allison invece non si chiede solo di parare, deve saper usare i piedi (anche perché nel frattempo la regola sul retropassaggio ne ha sdoganato l`uso e quella recente della rimessa dal fondo lo ha ulteriormente favorito), costruire, iniziare la manovra d`attacco da dietro perché l`attacco non è più una zona di campo, o competenza degli “attaccanti” ma uno sviluppo circolare e retroattivo che inizia da lontano. Il calcio di oggi appartiene cioè ad un paradigma relazionale dove ogni componente della squadra -come in una rete - contribuisce allo sviluppo del tutto che, anzi, in un complesso di interazioni, interscambi e retroazioni, è più della somma delle parti. Ridondanza delle funzioni, flessibilità, adattamento (precarietà se vuoi) sono caratteristiche delle reti. Fatto sta che gli errori gettano alle ortiche una gara, probabilmente un campionato. Klopp a fine partita sottolinea come il portiere in altre occasioni sia stato decisivo in positivo. Non mi pare la solita patinata retorica, e nemmeno che si riferisca solo alla decisività delle mani, delle parate. Proprio un anno fa lo stesso portiere brasiliano, contro l`altra squadra di Manchester, mette direttamente in porta Salah usando i piedi. Due a zero e giù il sipario. Un portiere può essere estremamente determinante in positivo anche con i piedi! Ma, appunto, non è una costruzione dal basso. Che efficacia ha partire dalle retrovie, mi chiedi allora. Ne vale veramente la pena?

Come in ogni questione sufficientemente complessa, credo sia sciocco polarizzare le risposte: si-no, mi piace-non mi piace, giusto o sbagliato. La risposta interseca piani diversi: in una prospettiva strategica credo bisogni riconoscere che flessibilità e sapersi adattare a diverse modalità di gioco siano oggi dei vantaggi importanti. Squadre e giocatori tra l`altro sono sempre più visti e rivisti, studiati e analizzati. Nella partita la componente relazionale dell`avversario diventa poi fondamentale: saper giocare con le caratteristiche dell`avversario, con la sua pressione, con la sua strategia per usarla e ribaltarla a proprio vantaggio (principio del judo se vuoi); in questo senso, molte squadre in talune circostanze hanno bisogno di giocare col portiere da dietro per attirare e avere tanto spazio da attaccare davanti, per direzionare il gioco in zone volute, in altri momenti o circostanze si chiede invece al gioco -e quindi al portiere- un attacco diretto. Credo che i bravi mister come Di Carlo sappiano come sfruttare il gioco dei piedi del proprio portiere a seconda delle partite, dei momenti, delle circostanze. Giocare da dietro può quindi essere una componente funzionale all`efficacia (certo a un`efficacia non immediata) e all`estetica (il bel gioco richiede sempre più spesso la relazione di due sistemi aperti) - ma non è sempre e necessariamente sinonimo di efficacia e bellezza. Da un punto di vista formativo educativo invece, e quindi soprattutto di settore giovanile, abbiamo davvero bisogno di tutto ciò? Si, credo che abbiamo bisogno di coraggio, di più tocchi del pallone, di apprendimento che passa dagli errori, di sedimentare il percorso più che la meta, di premi sudati e meritati più che di scorciatoie. Abbiamo bisogno di “principi socio-calcistici” che mettano al centro la cooperazione e la responsabilità. Ne abbiamo bisogno sempre e comunque ? No, se il principio toglie il divertimento, se diventa costrizione imposta, se l`errore o la non-riuscita invece che farsi tappa provvisoria si fanno segno (o peggio stigma). Ma più di tutto, penso sia questa la grande sfida: valorizzare nelle relazioni multitasking le differenze, le specificità, le unicità di ognuno, anche della grande forza dei solitari, senza che esse restino ad aspettare nella nebbia.

eugenio.marzotto@ilgiornaledivicenza.it

Suggerimenti