We are Lane

La sconfitta migliore fa bene alla salute (del gruppo)

Calcio, agonismo e mentalità vincente. Ho voluto parlarne con Sergio Gasparin, ex direttore generale del Vicenza dei miracoli e grande competente di calcio e delle dinamiche da spogliatoio avendo lui vissuto gli anni magici del Lane di Guidolin, prima di passare ad altre realtà calcistiche italiane ed estere. Ma Sergio è partito dal basso, dal pallone dei Dilettanti, ecco perchè la sua visione è preziosa e a 360 gradi.

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Caro Sergio

mi sono imbattuto su un docufilm dedicato al Manchester City di Pep Guardiola e sono rimato rapito da molte delle sue frasi, una in particolare. Il suo Manchester del 2018 era reduce da una cocente eliminazione in Champions League contro il Liverpool di Klop. Due mostri sacri a confronto. A fine gara in conferenza stampa, Guardiola con lo sguardo basso e con serenità ostentata esclamò: "La sconfitta fa parte della competizione. I tifosi non capiscono che perdere è parte di un processo di crescita, tanto quanto la vittoria".

Certo, detto da un vincente come il tecnico catalano, sembra facile, eppure mi ha sempre incuriosito capire cosa pensano i giocatori dopo una sconfitta, quella bruciante, quella subìta al 90', quella immeritata dopo aver sputato sangue per un'intera gara, per una settimana in cui quella sfida l'avevi preparata bene. Perdere è davvero così costruttivo? La sconfitta è formativa per chi fa agonismo, per coloro che di calcio vivono? E poi tieni conto che la maggior parte dei giocatori (quelli che militano in squadre di medio-bassa classifica di serie A, B o C) in carriera vedono più sconfitte che vittorie ed ho come la sensazione che alle sconfitte ci si faccia l'abitudine, o meglio, la mente è preparata a subirle con il rischio di non potere o sapere reagire. In questo campionato, penso soprattutto alla partita con la Spal o la Reggiana, il Vicenza ha dovuto resettare subito l'amarezza della sconfitta e ripartire rapidamente in vista magari di uno scontro a pochissimi giorni. Il ruolo del mister è fondamentale in tutto questo e tu sai bene quanto l'allenatore in molti casi sia l'uomo più solo del mondo ma deve essere in ogni caso il primo a far rialzare la testa ai suoi. Di Carlo l'ha fatto tante volte in questo girone di andata. Ma perdere è davvero -come dice Guardiola- un processo di crescita tanto quanto una vittoria?

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Caro Eugenio,

ringraziandoTi per l’invito, parto a risponderti dall’affermazione di Guardiola, che hai riportato nella conclusione del tuo scritto, dove dice che “…la sconfitta è un processo di crescita, tanto quanto una vittoria”.

Aggiungo che la sconfitta può rappresentare, per chi ne sa cogliere il valore e l’insegnamento intrinseco, un percorso ancor più formativo ed importante della vittoria stessa. Infatti il ruolo di “vincente” è, per definizione, temporaneo…. nel senso che quando si è al vertice di una competizione, di una classifica, di un rendimento, singolo e/o collettivo, non si può che verificare un momento di caduta. Dipenderà da noi stessi se sapremo cogliere i giusti insegnamenti e le conseguenti azioni correttive, per far si che “l’inciampo” sia momentaneo e la ripresa ci riconsegni al ruolo di vincitore, sapendo comunque ed in ogni caso che anche quella vittoria sarà momentanea.

Nella specifica pratica calcistica la temporaneità viene portata all’estremo ed anche chi è risultato straordinariamente vincente può ritrovarsi a distanza di pochi mesi a convivere con fasi di grandi difficoltà e sconfitte (Nel “tema” basta ricordare Ranieri, condottiero del Leicester campione d’Inghilterra e poi esonerato nella stagione successiva o Marcello Lippi Campione del mondo con L’Italia e poi bersaglio di critiche feroci). In questo contesto l’equilibrio, la preparazione mentale, la forza delle proprie convinzioni, l’autocritica interiore, rappresentano le componenti basilari sulle quali innestare il proprio percorso personale.

Maggiori sono le difficoltà e tanto più dev’essere lo “spessore”, caratteriale e culturale, del condottiero ! E’ innegabile che ad un allenatore vengano richieste molte più energie psicofisiche nel condurre una squadra in lotta per evitare la retrocessione, rispetto a chi conduce una squadra ai vertici della graduatoria. Risultati negativi che si ripetono vanno infatti a minare le sicurezze, abbassare l’autostima, aumentare le paure, far crescere l’ansia e con essa indurre molto più facilmente nell’errore. In questo panorama diviene fondamentale trasmettere concetti di fiducia, vicinanza, sostegno e condivisione. La squadra è un’aggregazione di valori individuali, ognuno con le proprie fragilità e problematiche, dove diviene determinante far passare il concetto che l’interesse del gruppo deve prevalere sul singolo, nell’interesse anche e comunque dello stesso singolo soggetto. Al tecnico è quindi e sempre chiesta una difesa pubblica e mediatica totale ed assoluta del gruppo a lui affidato, riservando al confronto diretto,    pur aspro e severo, le riservatissime e “sacre” quattro mura dello spogliatoio.

Ti saluto con una frase di Winston Churcill : “Tutti gli uomini sbagliano, ma solo i saggi imparano dai loro errori.”

Siamo Saggi !!!

Sergio

eugenio.marzotto@ilgiornaledivicenza.it