We are Lane

La qualità non si compra. O forse sì

Questa volta We Are Lane ospita l'amico Matteo Rinaldi, 55 anni, vicentino, è allenatore della comunicazione: allena il public speaking e la scrittura per enti e associazioni della regione. Pensa che il calcio sia stupendo perché tra i pochissimi sport dove non vincono sempre e solo i più forti.

Con lui ci siamo divertiti in un dialogo surreale (ma neanche tanto) su calcio, qualità in campo e fuori.

 

E poi vedi giocare l’Atalanta o il Sassuolo e dimentichi quello che stava per accadere (ma non cantiamo vittoria) con la Superlega.

Chi canta vittoria piangerà miseria: le fregature arrivano lentamente e senza far rumore, ma arrivano. Sai cosa mi ricorda la storia della Superlega? La strategia di quel vecchio politico che inizia per B: diceva “Da domani aboliamo la Magistratura!” e partivano caroselli, carovane, proteste, girotondi. Una sollevazione tale che tre giorni dopo il nostro diceva “Ho scherzato, niente più abolizione: dimezziamo semplicemente i tempi della prescrizione”. E tutti a cantare vittoria e festeggiare lo scampato pericolo. Ho paura che andrà a finire allo stesso modo. La strada mi pare segnata.

 

Ci sarebbero infinite discussioni e commenti da sostenere sulla poesia del calcio e il romanticismo dello sport, ma per fuggire dalla retorica ti chiedo di aprirmi lo sguardo, caro Matteo, su un dubbio che ho da tempo. La qualità si costruisce o è innata? Se parli con gli allenatori anche più navigati a volte le risposte sono diverse. Cioè la costruzione di un giocatore da cosa inizia? Non a caso proprio Atalanta e Sassuolo (ma lo sta facendo anche il Vicenza di Rosso), sono ai vertici nella costruzione della qualità dal basso, ovvero dai giovani del vivaio, per poi trasferire tutto alla prima squadra.

Ho lavorato un paio d’anni per l’Associazione calciatori proprio su questo tema: come si costruisce un vivaio vincente. Secondo i maestri la qualità è innata per il cinquanta per cento,    allenabile per il 40 e per il restante 10 per cento… inspiegabile. Ma è quel dieci che fa la differenza. Qualcuno vede i calciatori come dei “viziatelli” che arrivano in serie A solo per qualità innate e fortuna; ho paura che non abbiamo idea di cosa sia il calcio. Pensa a Cassano: per molti è stato un grande lavativo che giocava solo grazie alla tecnica. Idea totalmente sbagliata: pur nella sua follia Cassano aveva non solo tecnica ma grinta e convinzione da leader. Non giocherai mai in serie A più di tre partite se non hai qualità fisiche e soprattutto mentali nettamente superiori alla media.

 

Gli stessi tifosi biancorossi hanno visto chiaramente cosa significa avere o non avere in campo il talento. Giocatori come Nalini, Dalmonte, Meggiorini, Da Riva, Giacomelli o Rigoni non sono mai riusciti a giocare insieme qualche minuto per colpa di infortuni che di fatto hanno snaturato squadra, progetti ed obiettivi.

Il problema del poco talento è una conseguenza del calcio di questi ultimi vent’anni. Un calcio che prende in giro gli sportivi, altro che no. Seguimi: quattro società italiane vanno ogni anno in Champions - la coppa con il nome più ridicolo del mondo - che è già una superlega e sempre più lo diventerà. Queste guadagnano dieci volte più delle altre squadre grazie alle sfide internazionali. Risultato: non hanno una squadra; ne hanno tre. Il problema è a cascata: i giocatori che fanno panchina lì sono quelli che un tempo giocavano nelle squadre appena inferiori. Mettici inoltre una A con venti squadre, quando un tempo erano sedici, e capisci che la serie B oggi è la C degli anni ottanta. Il Vicenza della B di Giorgi o Guidolin era una squadra di campioni rispetto a questa. E non è certo colpa dei giocatori.

 

Ormai i risultati sportivi sono dettati dalla capacità di scegliere uomini-giocatori che abbiano minimi valori civici e comportamentali, senso del lavoro e una base solida di tecnica. E se ci pensi sono tutti strumenti per competere in un ambito dalla competizione estrema. E mentre il calcio e lo sport professionistico, inteso come lavoro, si interroga da anni sugli strumenti di selezione per raggiungere la qualità, troppi ambiti della vita reale sembrano scappare da questa selezione necessaria.

È uno dei veri vantaggi del calcio rispetto alla vita. Nonché una delle ragioni per cui lo amiamo. Qui un raccomandato non dura tre partite: è sempre sotto gli occhi di tutti. Certo, non è un mondo perfetto: tra un discreto giocatore senza sponsor e un    giocatore un po’ meno discreto che vanta un grande procuratore, indovina chi ti ritrovi in squadra. Ma, ripeto, il calcio pretende basi su cui non si può mentire: tecnica, corsa, agilità, coraggio, resistenza, visione di gioco, tiro, stacco di testa…

 

Certo, la parola qualità rischia di diventare un termine ormai abusato nel calcio come nella vita di ogni giorno, perché non ho ancora capito se intendiamo, in ambito calcistico, di un passaggio perfetto, un controllo orientato, un gol in rovesciata. Oppure l’uso idoneo dei congiuntivi o lo sciabolare di un Dom Pérignon, oppure ancora quei preliminari (non quelli di Champions League) amorosi prima dell’estasi che poi valgono più o meno come le triangolazioni di prima davanti all’area di rigore, preludio di un tiro a giro che inganna il portiere. Qualità a chi? E chi la decide? La valuta? E poi chi non ce l’ha questa presunta in quale ambito sportivo e sociale lo releghiamo? Sarà per sempre un giocatore o un cittadino di serie B?

È impossibile dare una risposta. Ricordo una cosa che mi stupì quando girai mezza Italia incontrando i responsabili dei migliori settori giovanili italiani. Uno tra i migliori, in Lombardia, mi disse: “Qui guardiamo prima la tecnica. Il fisico dopo: lo miglioriamo noi, un po’ alla volta”. Il dirigente di una società altrettanto leader, in Toscana: “Oggi partiamo dalla corsa, dall’agilità, e dai tempi di reazione: la tecnica ormai si costruisce, velocità e muscolatura no”. Ti parlo di due società che lanciavano campioni con la stessa intensità. Quindi su cosa puntiamo?

 

Forse l’unica via, come ci spiegano le dodici zitelle ricche, è quella di prendersela con un atto di forza. Sono combattuto caro Matteo, anche perché può succedere (vedi Superlega) una banca mondiale la qualità se la compri e tanti saluti ai concetti di lavoro, speranza, sogno, dedizione e perfino fattore C. Allora capisci che parlare di qualità rischia di non avere più senso, tanto se non la conquisti te la compri anche in tempi di pandemia, che dovrebbero essere quelli della maggior crisi finanziaria dal dopoguerra ad oggi, ma dove evidentemente la grande liquidità economica in circolo può afferrare il tutto e subito.

A me la Supertega… ops! Superlega scusami, sarebbe piaciuta proprio come l’avevano proposta Agnelli & c. Tanto non l’avrei guardata, così come non guardo la coppa dei finti campioni, almeno finché qualcuno mi spiegherà come si può chiamare “Champions” una cosa dove partecipano seconde, terze e quarte. Mi sarebbe piaciuta perché avrebbe costretto le altre squadre a inventare qualcosa di nuovo: un calcio meno assurdo, meno sbilanciato, con più avventure e meno avventurieri.

eugenio.marzotto@ilgiornaledivicenza.it

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