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Il tormento di Cesare e le strette di mano

La solitudine degli allenatori l’ho vista in faccia con tutta la sua disarmante crudeltà. Uomini di mezza età con lo sguardo nel vuoto, isolati da se stessi, nonostante le strette di mano e le pacche sulle spalle. Nelle cene di Natale con il gruppo squadra attorno e la certezza che quel gruppo se ne andrà presto come le tante promesse solo pochi mesi prima.

Oppure l’allenatore che ti guarda e ti abbraccia dopo l’ennesima sconfitta in un piccolo campo di serie C e ti sussurra: “Più di così non potevo” fare. E ancora, i mister di provincia, che si sentono traditi dai capitani della squadra, quelli a cui avevi consegnato le tue confidenze e aspettative. Che sia serie A, o Terza categoria, l’allenatore è il primo e l’unico – a torto – ad essere colpito dalla scure degli eventi e dei risultati.

Ha in mano tutto, un potere che si dà nelle aziende solo agli amministratori delegati, ma quelli spesso hanno facoltà e fortuna di delega. L’allenatore no, ha il peso quotidiano della squadra, della società, delle fisime dei singoli calciatori, le speranze dei presidenti, la pressione dei giornalisti e del consiglio di amministrazione. Poi, solamente dopo, c’è una vita privata.

E allora nell’epoca della competizione sfrenata e ossessiva, del risultato, del primato ad ogni costo, le parole di Cesare Prandelli suonano come un sollievo, ci riportano alla realtà, ci chiedono di fermarci a riflettere. Le parole di quella lettera consegnata alla società Viola sono piene di coraggio – come ha commentato Arrigo Sacchi -, non è un uomo sconfitto Prandelli, è un uomo e basta. Quando confessa “C’è un’ombra dentro di me” oppure “non dormo più di notte, potrei finire qui la mia carriera da allenatore”, rappresenta la semplicità di una persona che semplicemente dice basta ad un lavoro che definire stressante rischia di essere banale.

Ha ragione Paolo Condò quando afferma su la Repubblica, che la definizione di “uomo per bene” assegnata a Prandelli, alla fine ti “suoni come sottrazione anziché aggiunta”, l’etichetta di brava persona diventa quasi un premio di consolazione. La nobiltà di Prandelli e di tutti quegli uomini delle panchine che hanno detto basta, è vittima di un cattivissimo bullo a cui purtroppo rischiamo di abituarci e anzi giustificare. Prandelli ha dimostrato sul campo di essere un bravo allenatore, ma non è bastato a resistere al peso di un mondo del calcio spesso crudele e ossessionante. Gli allenatori che resistono al virus della solitudine, dimostrano ogni giorno che per fortuna al tormento si può fare gol, ma nessuno saprà mai a quale prezzo. Domenica (o sabato) dopo domenica.

eugenio.marzotto@ilgiornaledivicenza.it