We Are Lane

Due birre rosse e il calcio che ti domina

Come quando apri il freezer nelle notti afose per cercare una birra chiara o un'acqua e menta. Come quando cerchi affannosamente tra gli scaffali del market la tua marca preferita di biscotti, come quando ti svegli alla mattina e hai un disperato bisogno di bere il caffè della moka e sederti per leggere le notizie che ti aprono al mondo. Come il bisogno serale di accendere la televisione e innescare la nuova puntata della tua personalissima serie tv, come quando non puoi fare a meno di ascoltare i nuovi colpi di mercato della tua squadra del cuore, per comprendere dopo poco che non c'è mercato e nemmeno i colpi. Ma poi hai bisogno di inoculare routine, di aggrapparti alle certezze, hai bisogno come l'aria di vedere quello che ogni giorno hai vissuto il giorno prima nel tuo salotto mentale, caldo e accogliente, perfino inclusivo. Come quando ti aggrappi ai gol della Premier League, alle parole di Bielsa dette baby giocatori di 11 anni, alle confidenze di un amico, al sollievo che ti da il ghiaccio dentro allo Spritz, all'idea che un giorno la gente tornerà allo Stadio a cantare e soffrire per dei giocatori gettati nell'arena. È solo calcio... ma non è solo calcio.

Lo confesso, ne ho bisogno. Come il maratoneta che ha bisogno di proteine, ho bisogno di un rito collettivo come una partita di calcio e non c'è di meglio di un campionato Europeo per sopperire ad una dipendenza accentuata dalla fine dei campionati. Sarà l'Italia di Mancini ma un po' anche la mia e la Francia di Mbappé o l'Inghilterra di Foden non mi farà paura, anzi, mi farà compagnia.

Una sera, un collega – oggi in pensione – seduto al tavolo del mio terrazzo, sorseggiando delle modeste bollicine mi diede per la prima volta la chiave del perché tutti noi perenni ragazzini, amiamo così tanto il calcio tanto che le nostre vite prima o poi passano da un calcio al pallone.

«È qualcosa che ha a che fare con l'infanzia, il pallone, il calcio, i tuoi piedi che fanno rotolare una palla, sono tra le prime cose che hai visto o fatto. Gesti e immagini naturali come l'afferrare. Ogni volta che vediamo una partita, inconsciamente vogliamo tornare bambini anche se abbiamo 70 anni. Come me...», mi disse l'esile collega prima di accendersi l'ennesima sigaretta.

Venerdì sera sarò lì davanti alla tv, forse canterò anche l'inno nazionale insieme all'oriundo Jorginho e il giorno dopo resterò attaccato al monitor per guardarmi un'altra partita. Vabbeh... faccio anch'io il pronostico: la sorpresa sarà il Portogallo, Euro2020 non lo vince la Francia, occhio ai ragazzi terribili dell'Inghilterra e del Belgio. L'Italia? Finirà tra le prime sei, se ha fortuna tra le prime 4. Amen.

Tutto il resto è una pizza con amici e colleghi per parlare di calcio, LR Vicenza, Beccalossi e desideri estivi. Con Giancarlo, Alberto, Alessandro, Gaetano, Marco ed Enrico a giocare a vestire i panni di allenatori e direttori sportivi, presidenti o giocolieri, tutto nel tempo di una pizza alle acciughe del mar Cantabrico, di due birre rosse e una grappa. Tanto basta per tornare agli affetti originari, quelli del calcio, appunto, quelli di cui non puoi fare a meno, quelli che scorrono dentro le vene come un passaggio filtrante di Jimmy Maini per Roby Murgita. Se il calcio non c'è, bisogna pensarlo, sognarlo, desiderarlo come abbiamo celebrato quella sera in pizzeria. Non sono bastate due birre rosse, una grappa a farmi compagnia nel viaggio di ritorno sulla tangenziale semi deserta, ci voleva la musica, ci voleva la voce profonda di un 17enne, uno che si chiama BLANCO e ti regala testi di decadentismo 4.0. Perfetti per fare i conti con te stesso, come quando la tua squadra del cuore perde al 94' e l'indomani ricominci ad amarla. Ascoltatelo senza pregiudizi Blanco, forse vi farà compagnia come l'ha fatta a me dopo due birre rosse, una grappa e il calcio totale che ti domina.

 

 

eugenio.marzotto@ilgiornaledivicenza.it

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