We Are Lane

Bielsa, Mimmo, Capo Plaza e l'equilibrio necessario

Vincere o divertire? Vincere divertendo. Questa è la risposta che daranno tutti gli allenatori di calcio del mondo, consapevoli che alla fine contano i tre punti. Del resto non è così nella vita di ogni giorno? In una società che spinge per il risultato ad ogni costo, poco (ci) importa come e quando arriverà una promozione, un giudizio, uno stipendio, un consenso, l’importante è che si giunga all’obiettivo. Tutto il resto può attendere. Ma è davvero così?

Il calcio non poteva esimersi da questo schema tanto scontato quanto imprescindibile per ragioni economiche, di tifo e orgoglio sportivo, eppure le eccezioni ci sono. Nel maggio del 2019 in una lunga intervista il direttore sportivo del Vicenza, Giuseppe Magalini, appena insediato mi disse: “In serie C conta vincere, tra giochisti e risultatisti sto con i secondi. Mica vorrai fare il giro palla sui campi della C! Per essere chiari tra Allegri e Sarri, preferisco il primo”. Non è il solo, Mourinho che la serie C non l’ha mai vista in carriera (salvo alla fine degli anni ’80 nell’Estrela Amadora in Portogallo come assistente allenatore), appena è arrivato nello spogliatoio del Totthenam ha subito dichiarato alla squadra: “Conta solo vincere e toglietevi di dosso quell’aria da bravi ragazzi”. Quest’anno in Premier League c’è anche il Leeds di Marcelo Bielsa, un allenatore che ha vinto pochissimo in carriera (si segnala il mondiale under 20 con l’Argentina) ma che ha declinato il calcio moderno a una generazione di allenatori, da Pochettino a Guardiola, da Flick a Klopp fino al nostro De Zerbi, tutti affascinati dalle varianti del suo 3-4-3. Quando tre anni fa Bielsa, figlio dell’alta borghesia argentina, entrò nello spogliatoio del Leeds, che all’epoca militava in Championship (la serie B inglese) spiegò alla sua nuova squadra che “ci sono vittorie che non portano a niente e sconfitte che insegnano a vincere”.

Risultato? Il Totthenam di Mourinho quest’anno è in finale nella Football League Cup inglese e Bielsa se la gioca con le big del campionato, veleggiando a metà classifica più o meno con la stessa squadra che aveva in B. Come una specie di Benevento insomma. Entrambi vincenti partendo da un punto di vista diverso, Mou e Bielsa rappresentano due stili di vita prima ancora che due schemi calcistici, ma queste due scuole di pensiero raccontano anche che un calcio speculare e concreto con difficoltà potrà diventare spettacolare, mentre per chi ha il divertimento come obiettivo, accedere alla concretezza sarà più semplice perché in campo e fuori tutto fluirà come una conseguenza.

Quello che tutti noi cerchiamo, da quando ci alziamo al mattino, fino a quando decidiamo di andare a letto, è l’equilibrio necessario. E questa idea della ricerca della perfezione non poteva che abbracciare il campo da calcio. Lo sa bene anche mister Domenico Di Carlo che lotta da settembre contro l’equilibrio necessario e impossibile. Non siamo più in serie C e il giro palla da Cappelletti, Rigoni e Meggiorini si vede, così come il portiere che imposta da libero (così vuole il calcio oggi) ma quanto è complicato trovare gioco e risultato per i ragazzi di Mimmo. E’ accaduto spesso che il gioco e lo spettacolo (Venezia, Spal, Lecce) fosse punito da una sconfitta e la nuda concretezza invece portasse alla vittoria (Ascoli, Cremonese).

Ma il calcio e la vita, offrono sempre nuove verità e punti di equilibrio inaspettati e perfetti. Come le vittorie di Bielsa arrivate solo con un freddo ma meraviglioso rigore, o le discese armoniche, spettacolari e vibranti del coreano Son che tanti punti hanno regalato al pragmatico Mou. E poi c’è quello 0-3 di Brescia-Vicenza, della partita perfetta proprio perché in 95 minuti i ragazzi di Di Carlo hanno trovato l’equilibrio necessario, come se i lampi di Da Riva e Cappelletti avessero scritto la formula della felicità, materiale da fisica quantistica applicata all’esistenza. Da qui il Lane è ripartito, consapevole che le variabili sono e

saranno infinite e misteriose come lo era il maledetto Covid, una pubalgia, un’ernia discale, un’influenza intestinale e tutti quei guai che hanno fermato fino a undici giocatori, prima di Brescia, prima della partita perfetta.

Perfetto come il racconto sulle rime da trap di un tale Capo Plaza. 22 anni e sentirli tutti, con un passato recente fatto di gang all’ombra della Camorra, spaccio e resilienza nei quartieri popolari di una Salerno che non dà scampo. Uno vero però, come tanti soldati chiamati a giocarsi carriera e credibilità in 90 minuti a correre sul campo da calcio. Dal profondo sud della sua esistenza, Capo Plaza racconta nella sua ultima canzone #Allenamento 4, che alla fine vivere il quotidiano è un “un testa a testa con la vita“, come se l’avversario della domenica o di giornata dettasse i nostri limiti. E se fosse la sfida il senso dell’equilibrio perfetto?

eugenio.marzotto@ilgiornaledivicenza.it