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Allegri (papà), il Benevento e l'albero della cuccagna...

Juventinismi, interismi e pure isterismi che si consumano nell'arco di un week end. Ma tanto basta per discutere di calcio (che poi è ben altro) con l'amico e collega Gian Marco Mancassola, capocronista e vicecaporedattore de Il Giornale di Vicenza e autore del blog "La Spunta Blu" sul sito della nostra testata. Ebbene, sembra che gli juventini siano sull'orlo di una crisi di nervi per i risultati che non arrivano o peggio - come Gian Marco - siano perfino lieti che il Re sia nudo, in modo da ricominciare tutto daccapo e magari vincere qualcosa con l'entusiasmo ritrovato dell'outsider. Magari raccogliendo l'eredità del modello Allegri, così come Conte ha fatto con Morinho. O mi sbaglio?

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Caro Eugenio,
vorrei aprire con te il mio cuore bianconero confessandomi come potrei confessarmi sul lettino di uno strizzacervelli. Forse, dall’alto del tuo interismo prossimo a riassaporare ormai antiche sensazioni, ti chiederai in quale pozzo di tristezza e pessimismo io mi stia macerando in coda a una stagione lastricata di sconfitte sconcertanti e umiliazioni epocali. E invece no, mio esimio dottore. Qui sta il busillis che vorrei sciogliere sdraiato su questo lettino: sono animato da una insana quanto preoccupante sensazione di sollievo, allegro ma non troppo, però allegro, non depresso. Come sai sono uno juventino sui generis: da subito ho uniformato la contabilità degli scudetti alle sentenze, ho ripudiato la Triade, se mi imbatto in Moggi in tv cambio canale, non godo per un derby vinto al novantaduesimo con un rigorino, prego di non dover esaminare alla moviola un episodio sospetto di cui poi parleranno tutti per giorni. Sì, lo so, non è da gobbi. Sì, lo so, noi siamo la Rubentus. Da tempo mi sono autodiagnosticato una sindrome di Grisù: da grande vorrei fare il pompiere, ma sono nato drago e sputo fuoco. A questa stagione sono arrivato preparato: ho vissuto questi nove formidabili e irripetibili anni con l’incredulità gioiosa di chi si trovi a scuotere l’albero della cuccagna, ma anche con la malinconia latente di chi sa che nulla è per sempre, come quando si va in vacanza e dopo due giorni già si inizia a pensare a quando la vacanza finirà. Detto tra di noi, che la Juventus non vinca questo scudetto è un bene per il calcio italiano, ma soprattutto per gli juventini. Ormai non festeggiavamo più, celebravamo le vittorie per inerzia. Eravamo sazi come gli dei dell’Olimpo sono satolli di ambrosia: ci lasciavamo cucire il tricolore sul petto mentre spiluccavamo acini d’uva ruttando e ci lisciavamo le ciocche dei capelli aspettando il prossimo, inevitabile trionfo. Ci annoiavamo, questa è la verità. E non disponendo delle ricchezze necessarie per salire sul trono d’Europa alzando al cielo la coppa orecchiona, abbiamo provato l’ebbrezza dell’azzardo, della scommessa, dimenticando il nostro pedigree sabaudo, le nostre certezze, sì, perché ci eravamo stancati persino dell’antico adagio bonipertiano: “Vincere è l’unica cosa che conta”. Anzi, di quell’adagio ci siamo sentiti prigionieri, ce lo siamo sentiti stretti come un vecchio abito fuori moda o un vecchio amore scolorito nella routine della quotidianità. Il decimo scudetto sarebbe stato troppo per tutti, anche per noi. Per questa ragione ho iniziato a prepararmi all’inevitabile declino per tempo: per non farmi sorprendere da un ko casalingo con il Benevento oppure dalla barriera che si scansa su una punizione calciata di punta da quaranta metri alla fine del secondo tempo supplementare di un ottavo di Champions, quando non c’è più tempo nemmeno per morire. Era tutto scritto, ce lo siamo scritti da soli. E io l’avevo letto. E leggendo mi sono scoperto euforico. Sì, la mia è una inquietante euforia da fine dell’impero, come se ballassi sul ponte del Titanic mentre affondano sogni e speranze, come se brindassi dalla terrazza del Campidoglio all’arrivo di Odoacre, come se avessi intonato la Turandot sulle macerie di Chernobyl, perché di questo si tratta, dottore: dopo nove anni di dominio, questa è un’esplosione atomica, la fine di un’epoca. Eppure io ballo, io brindo, io canto: “All’alba vincerò”. Forse perché, in uno sfrenato desiderio di palingenesi, vorrei cacciare tutti, ripartire da zero, attraversare il deserto, scendere all’inferno, risalire il purgatorio e poi tornare in paradiso. E quelli sono i momenti che preferisco: vincere da outsider, quando arrivi da due settimi posti, o dalla serie B, o dal calcio champagne sgasato di Maifredi. Quelli sono gli scudetti che adoro, che mi emozionano, quando vinci contro i pronostici, come il Leicester in Premier League o l’Amburgo in Coppa dei campioni (ehm): mi piace arrivare alla festa con la carrozza di Cenerentola. Come dice? Non sembrerebbe inscritto nel massiccio e tetragono dna bianconero? Forse ha ragione, però questa è l’unica attenuante sentimentale che riesco a invocare per giustificare questa mia schizofrenica euforia al termine di questo annus horribilis. La strada sarà lunga, pioverà per molto tempo, ma è più forte di me: penso già alla prima vittoria da cenerentolo. Lei cosa dice, dottore: sono così grave?

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Caro Gian Marco
ti rispondo volentieri seduto sulla poltrona da strizzacervelli foderata di interismo puro, quello che si coltiva con l'humus della sofferenza. Mai mi potrei sottrarre nel venire incontro ad uno juventino stanco di vincere. Quello che tu chiedi, in fondo, è una richiesta di aiuto tipica di chi è abituato a caviale e champagne e annoiato vorrebbe capire l'effetto che fa assaggiare sgombro sott'olio. Qui non stiamo parlando semplicemente di calcio ma di limpida passione, etica e condizione umana, argomenti tosti caro amico, che molto hanno a che fare con le aspettative che ci poniamo all'inizio di ogni stagione, quella del sentimento, della professione o di una vacanza, per dire.
Ebbene, dentro di te (direbbe Guzzanti nell'inarrivabile Quelo) c'è parte della risposta e l'hai scritta nero su bianco. Leggendo il tuo intervento la mente si è fermata su due parole, associandone d'istinto altre due: allegro-Allegri, Benevento-Buon Vento. 
Bisogna cadere per rialzarsi e certamente la sconfitta allo Stadium contro la squadra di Pippo Inzaghi (un grande ex), ha un significato che va oltre il disastro difensivo che ha provocato la rete giallorossa. La piccola squadra di provincia che batte il colosso di Torino, quanta epica c'è in questa storia. Eppure non avremmo mai affrontato l'argomento se non ci fosse stato quel passaggio orizzontale di Arthur. È grazie a lui dunque se il Buon-Vento è alle porte, quello che ti soffia alle spalle, quello che ti spinge su una nuova rotta.
Mi chiedi perché sei così allegro...  Perché inconsciamente sai che dietro a quella porta troverai il padre-Allegri, per noi è stato così con Conte, lontano dall'essere Mourinho ma entrambi figli della stessa razza, quella degli animali da spogliatoio. Non so dirti se nella Sabaudia tornerà il tecnico toscano, so per certo che voi tifosi juventini avete bisogno di una guida sicura, di un padre che vi prende per mano. Così com'era il nostro di padre, quello che alla sera a cena magari non proferiva parola ma agiva e l'azione valeva più di mille nozioni. 
Abbiamo tutti bisogno di riappropriarci delle origini e Allegri - così lontano dalla mia idea di calcio - è però un assolutore che dà conforto e sicurezza. Sei felice perché sai che ripartire è rinascere e la Juventus prima o poi lo farà con un altro padre, mentre oggi in sella (Pirlo) c'è forse un fratello maggiore a cui vuoi bene ma che però non sa guidare la barca del Buon-Vento. Potrei scrivere altri dieci cartelle per confrontarmi con te sul piano sportivo, ma oggi è più che mai noioso parlare di calcio. E' vero, un altro scudetto juventino sarebbe stato l'abbuffata a pancia piena o la festa in discoteca senza deejay, quello che chiedi invece è di riavere il brivido di un tempo, quello puro e disincantato. Però vedi, poi c'è l'interismo, una malattia senza varianti che si alimenta con la follia e - come dicevo - con la sofferenza. Lascia a noi almeno questa superiorità caratteriale- Ma ti rendi conto che forse (ma molto forse) torneremo a vincere qualcosa dopo 11 anni nell'anno degli stadi chiusi e di una pandemia mondiale? Ecco. 

eugenio.marzotto@ilgiornaledivicenza.it