La spunta blu

Vaccini, una Babele all'italiana

Pieter Bruegel, "La torre di Babele"
Pieter Bruegel, "La torre di Babele"

"Io accetto il caos, ma non sono sicuro che il caos accetti me" (Bob Dylan)

Dice bene Guido Bertolaso: «Siamo andati su Marte, ma non riusciamo a gestire un sistema di prenotazioni via sms». In ogni film di guerra che si rispetti, prima o poi arriva la scena in cui il protagonista viene catapultato in prima linea mentre infuria il combattimento e chiede: «Chi comanda qui?». Come quel soldato, anche noi ci troviamo a combattere contro un nemico invisibile, ma non sappiamo chi ci sta comandando. Le truppe avanzano in ordine sparso: ogni Regione applica i suoi criteri che rivolta come pedalini di settimana in settimana, mentre ogni azienda sanitaria sceglie il suo metodo per prenotarsi, dalla app sul telefonino alla raccomandata con ricevuta di ritorno. Abbiamo avuto un anno per organizzare una campagna vaccinale finora condotta senza una cabina di regia, in un continuo cortocircuito tra governo e Regioni. Un anno senza riuscire a concordare un calendario con regole chiare e condivise, un anno senza saper dire come prenotare il proprio vaccino quando arriva il proprio turno senza furbeggiare per superare la fila.
Non passa giorno senza che da qualche lembo dello Stivale non piova la notizia surreale di qualcosa che non funziona: dalla regola assurda e iniqua del “primo che passa” enunciata in diretta tv dal generale Francesco Paolo Figliuolo, commissario per l’emergenza, al giornalista Andrea Scanzi, di anni 46, che si presenta al punto vaccinale come “caregiver” e se ne vanta pure. Ogni volta è come infilare un bastone tra le ruote dell’unico carro che può portarci fuori dal tunnel. Per mesi i bollettini dalle terapie intensive hanno descritto con molta precisione l’identikit della vittima preferita del virus: ultrasessantenne spesso con altre patologie. Nella Babele del vaccino all’italiana, mentre scrivo lo stato dell’arte è il seguente: i settantenni vaccinati con due dosi sono appena 92 mila, pari all’1,7 per cento, mentre i ventenni sono 221 mila (3,6%) e i trentenni 298 mila (4,4%). C’è qualcosa che non va se una delle classi di età ritenute più esposte e fragili è fanalino di coda nell’opera di messa in sicurezza della popolazione. Che fine ha fatto la sacrosanta priorità in base al rischio clinico? Perché iniziare a vaccinare i settantenni partendo dai più giovani? E gli ottantenni, sedotti e abbandonati? Restano misteriose, perché spiegate poco e male, le ragioni che hanno spinto, ad esempio, ad accordare una corsia preferenziale ai docenti universitari, che da un anno tengono le loro lezioni da remoto, mentre ha la forma della nuvola di Fantozzi la spinta a vaccinare insegnanti a cui poi sono state chiuse le scuole. Un anno dopo l’esplosione di questa guerra, io quarantaquattrenne vicentino non solo non conosco il numero dei contagiati nella città in cui vivo e lavoro, ma non ho nemmeno la più vaga idea di quando potrei essere convocato e di quale sarà il metodo di prenotazione o come siano composte le liste dei riservisti. Troppa confusione e troppa opacità in una storia che meritava di essere gestita e raccontata con la trasparenza di un bicchiere di cristallo, per domare le paure, per togliere legna dal braciere No vax, per placare l’ansia e la disperazione di chi sta perdendo tutto nel labirinto delle chiusure forzate e dei ristori lasciati cadere come le briciole di Pollicino. Per una volta dovremmo abbandonare l’iconografia degli italiani maestri nell’arte di improvvisare e arrangiarsi in cui ci crogioliamo quando il piano si inclina e tutto precipita. Le parole d’ordine devono essere programmare e comunicare con chiarezza: siamo ancora in tempo prima di battere in ritirata in una nuova Caporetto.

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