La spunta blu

Un Carnevale senza maschere ma in mascherina

Paul Cezanne, "Mardi Gras"
Paul Cezanne, "Mardi Gras"


“Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”.
(Luigi Pirandello)

.
L’ultimo paradosso in realtà è anche il primo: una vita in mascherina, ma un Carnevale senza maschere. Il primo segnale che il mondo stava per cambiare, da queste parti è stato lo stop alla sfilata dei carri per le vie di Vicenza (quasi) un anno fa. Era sabato, in redazione eravamo in riunione permanente da ore per prendere le misure ai focolai di Codogno e Vo’ e alle notizie che montavano di ora in ora. Proprio come nei film catastrofisti si capisce che sta arrivando un terremoto o un’invasione aliena da alcuni dettagli, come i latrati dei cani, il volo degli uccelli, un’eclissi solare, un blackout, ecco, quel giorno l’epidemia a Vicenza fu annunciata dal tira e molla sul Carnevale: farlo o non farlo? Alla fine non si fece. E fu un bene. Da quel momento iniziava la nostra vita in mascherina, proprio nel momento in cui ci veniva detto che in maschera non potevamo metterci. Non in pubblico, almeno, non in piazza in mezzo alla folla. Quel giorno, però, stava accadendo anche un’altra cosa: il virus ci stava rubando il tempo libero. In quel sabato veniva cancellata la prima di una lunga serie di feste. La percezione del tempo non sarebbe stata più la stessa: durante il lockdown saremmo presto arrivati a vivere giorni uno uguale all’altro. Bel paradosso anche questo: non avevamo mai avuto tutto quel tempo “vuoto”, ma non sapevamo come riempirlo. Il Carnevale che non c’è, in fondo, non è che un sacrificio piccolo così, dopo tutto quello che abbiamo passato, però riassume bene l’azione del virus sulle nostre esistenze. Non era nient’altro che un’innocente evasione, nel significato letterale della parola: un modo per sfuggire alla routine, alla quotidianità, per fare qualcosa di diverso e colorato anche nella stagione più grigia e fredda. Di evadere dalla gabbia del virus avremmo un bisogno estremo, proprio per la sensazione di essere prigionieri della pandemia, delle sue regole, dei suoi divieti, come quello che ancora ci impedisce di varcare i confini regionali o di uscire di casa di notte durante il coprifuoco. Non a caso si sono presto surriscaldate le chat delle scuole (non tutte, ma lacune sì) in cui è stata messa al bando ogni forma di mascheramento in nome del covid: così facendo non solo è stata sospesa una tradizione popolare, ma è stata anche transennata una via di fuga a un mondo che si è appiattito sulla strada da casa a scuola. Dopo il Natale anestetizzato senza i canti, il Carnevale senza maschere ma con le mascherine sta scivolando tra indifferenza e apatia, come se ormai, dopo un anno, l’eccezionale fosse diventato normale. Quella che chiamavamo emergenza è la nuova normalità.
gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it