La spunta blu

«Trentenne, single, precaria: la mia odissea per ottenere un mutuo»

Winona Ryder in una scena dal film "Giovani, carini e disoccupati"
Winona Ryder in una scena dal film "Giovani, carini e disoccupati"

“Si - può - fare”. Prelevato dalla scena cult di “Frankenstein jr”, sarebbe stato questo il titolo perfetto per un post che parla di giovani, di lavoro e di casa. Oggi cedo spazio e tempo a questo racconto di testa e di cuore firmato dalla collega Giulia Armeni, giornalista del GdV, che (attenzione, spoiler) è riuscita in un’impresa titanica per i tempi che viviamo: trentenne, single, precaria, ha ottenuto un mutuo per acquistare una casa. Non è semplice, come leggerete, ma si può fare, come scandisce l’inarrivabile Gene Wilder nel film di Mel Brooks. Il guaio è che non lo sa nessuno, nemmeno i direttori di banca, nemmeno le agenzie immobiliari, nemmeno i ventenni o trentenni, in una cupa spirale della sfiducia che sta amplificando la distanza tra generazioni, tra garantiti e precari, tra chi può e chi non può, tra chi una casa la compra e chi la può solo affittare. Questo è un racconto che mescola rivincita e speranza, lacrime e sorrisi: molti si identificheranno, altri scopriranno che c’è un codice per aprire porte che sembrano blindate. Se davvero la nuova Europa che tenta di uscire dallo shock della pandemia vuole ripartire dai giovani, come suggerisce “Next generation”, il titolo da guerre stellari scelto per il piano di rinascita, ai giovani deve offrire garanzie, difese, opportunità, fiducia. Altrimenti restano belle parole, ma con le belle parole non si accendono i mutui.

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“Dissero che non ce l'avrei mai fatta, ma sono fatta per uscire dagli schemi, l'unico sogno che ho inseguito è il mio, quindi canto una canzone per le madri single che aspettano l'arrivo di un assegno, giovani insegnanti, studenti di medicina, figli in prima linea, sapendo che non riescono a trovare occupazione” (“Underdog”, Alicia Keys)
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Sono una figlia della pandemia. O meglio, il mio desiderio di partorire un progetto durevole e duraturo come l'acquisto di una casa e dunque -di pari passo- l'accensione di un mutuo - è figlio della pandemia. Ma sono anche, a 31 anni, figlia della crisi del 2008 -anno in cui mi sono diplomata - e dell'instabilità del 2012 - anno in cui mi sono laureata (ricordate il fiume di partenze per l'Australia in quel periodo? Me medesima, lo confesso) -. Tutto questo preambolo per delineare la traballante cornice in cui, più o meno un anno fa, post lockdown per intenderci, comincio ad accarezzare il sogno di una casetta tutta mia. Vivo da sola dall'età di 25 anni, in un delizioso mini in affitto che è stato un nido perfetto in cui allevarmi. Dopo sei anni di vita da locataria però, dopo un virus mondiale, dopo la rivoluzione globale, ho un'epifania: «Voglio comprare un'abitazione tutta mia». Nota a margine prima di proseguire: avrei dovuto/voluto scrivere questo post due settimane fa, vista anche la quantità di messaggi da parte di amici e conoscenti, in condizioni simili alle mie, con richieste di consigli, suggerimenti, delucidazioni. Avrei voluto ma ho dovuto lasciar calare l'adrenalina, sciogliere la tensione, fermare la girandola di emozioni.
Dunque, eccoci qui. Ho avuto un mutuo. Ho acquistato un immobile. Io. Precaria, single, senza genitori foraggiatori alle spalle, priva di garanzie. E infatti a garantire per me è stato lo Stato, con quello strumento chiamato “Fondo prima casa” gestito da Consap che sì, esiste davvero, non è solo una leggenda. Ma tra il dire e il fare, tra i sogni e le solide realtà, c'è di mezzo un macroscopico ostacolo che di nome fa “burocrazia” e di cognome “miope”. Quella che, per otto mesi secchi, mi ha fatto vivere in una bolla di incertezza. E precarietà. Per otto mesi non ho saputo se quel minuscolo appartamentino nel verde visitato per la prima volta lo scorso settembre, sarebbe stato mio. Il venerdì prima del rogito fissato al lunedì, la mia “consulente” bancaria - detentrice del Guinness world record in complicazione affari semplici – mi congeda con un'occhiataccia: «Speriamo non ci siano problemi, eh». In una frase, il bignami di mezzo anno trascorso a scalare quell'Everest chiamato “mutuo”.
Una sfida titanica per chiunque, figurarsi se a vestire i panni del cliente-Davide vs la banca-Golia è una “giovane di età inferire a 35 anni titolare di un rapporto di lavoro atipico”. Quell'esemplare di lavoratore millennial per cui, teoricamente, è stato forgiato il Fondo di garanzia mutui prima casa. Recentemente rifinanziato dal governo Draghi con altri 290 milioni di euro per il 2021 (250 per il 2022), è stato leggermente migliorato: la copertura statale sul mutuo passa dal 50 all'80% e l'età limite sale a 36 anni. Vengono eliminate – ed era ora – anche le imposte di registro, ipotecarie e catastali. Il principio comunque, resta lo stesso: lo Stato interviene e si fa garante per quei ragazzi non in possesso di contratto a tempo indeterminato e non così fortunati da avere genitori o parenti pronti ad aprire il portafoglio o ad apporre la famosa firma di garanzia per loro. Il mio caso, appunto. E quello di una schiera spropositata di miei coetanei: giovani, laureati, dinamici, flessibili, multitasking, creativi, versatili, proattivi, maestri di problem solving e di lavoro in team, indubbiamente resilienti (sigh).
«Sì si, tutto bene, però non ha un contratto a tempo indeterminato», è l'esordio di una cinquina di direttori di filiale a cui mi rivolgo. Altrettanti istituti di credito li sento solo telefonicamente: «Niente posto fisso?» «No» «Allora non possiamo aiutarla».
Poi, tra parentesi, ho controllato: quelle banche figurano nell'elenco di chi ha firmato l'accordo con Consap per il Fondo giovani. Ergo, non dovrebbero fare tanto le schizzinose. «Ma guardi che lavoro per la stessa azienda da anni, mi mantengo da sola, sono impeccabile nei pagamenti, ho prospettive di crescita», provo a convincere il tizio in camicia a righe di fronte a me sfoderando un'appassionata arringa. «Eh lo so, ma conta di più il contratto blindato, se fosse operaia o bidella sarebbe più facile, glielo assicuro». Ah. A questo punto interviene la seconda, grossa discriminante: «Non ha un compagno?». «No». «Quindi è da sola?». «Sì». Terza (ultima) chance che mi concedono: «Beh ma i suoi genitori garantiranno per lei giusto?» «No». «Ah».
Il resto, come si dice, è storia. Una storia conclusasi con un vittorioso atto di compravendita solo per evidente eccesso di (mia) cocciutaggine. E perché ho voluto fortemente tenere dritta la barra, sospinta dall'impetuoso vento dell'empowerment femminile e in qualche modo dal desiderio di riscattare, simbolicamente, un'intera generazione.
Sono onesta: se avessi avuto altre possibilità, questa faticaccia me la sarei risparmiata. Ma tant'è.
«Come hai fatto, io che ho la partita Iva sono sempre stata respinta dalle banche e ora ho già 36 anni», mi racconta con disappunto Anna, copywriter e social media strategist.
«Posso chiederti un feedback? Vorrei tentare anch'io la strada Consap, sai, sono come te, trentenne, single, atipico», mi scrive speranzoso Davide, 30 anni, architetto.
Poi c'è Sara, 34 anni, indeterminata ma part time, arrotonda con un secondo lavoro nel weekend e infatti è indipendente economicamente da anni: «In banca però mi hanno riso in faccia, mi sa che rinuncio e resto in affitto», confida sconfortata.
Giacomo, 31 anni, insegnante, il mutuo è riuscito ad averlo: «Ma solo perché i miei si sono impegnati firmando e contribuendo», ammette candidamente.
Male, anzi malissimo. Basti pensare che, dal 2015 al 2020, sono state ammesse al Fondo appena 172 mila richieste di finanziamento e solo il 59,3% ha riguardato la fascia tra 20 e 35 anni. Io l'ho spuntata – tra indicibili sofferenze – a dicembre 2020 (ma l'ho saputo solo a gennaio). Il modulo Consap l'avevo compilato ad ottobre. Il rogito è avvenuto il 24 maggio. Fate vobis.
Non stupisce perciò che, come certifica l'ultimo rapporto del consiglio nazionale dei giovani e di Eures sulle "Condizioni e le prospettive occupazionali, retributive e contributive degli under 35", solo 4 su 10 (il 37,9%) vivano soli. Gli altri, a casa con mamma e papà. Inevitabile, dal momento che il 58,9% percepisce una retribuzione inferiore a 10 mila euro annui. Solo il 37,2% ha un impiego stabile, il 26% è precario e il 24% è disoccupato. E così, disillusi, sfiduciati, demotivati, 4 su 10, il 40% dei venti-trentenni, non tentano nemmeno di chiedere un mutuo, «perché consapevoli della mancanza dei requisiti».
Perché noi sì dobbiamo essere flessibili, elastici, comprensivi. Noi, ragazzi di oggi noi (e a 30 anni non dovremmo più essere trattati alla stregua di teenager e aver bisogno di genitori benefattori) dobbiamo adattarci. Vivere di aspettative, di «tieni duro, resisti, credici, forse un giorno». Le istituzioni – bancarie, amministrative, politiche – però altrettanto lungimiranti non lo sono. Al contrario: continuano a valutare e a decidere secondo parametri arcaici di un mondo in via d'estinzione (contratto fisso, coppia tradizionale marito e moglie e così via). Senza tenere minimamente conto della reputazione, del curriculum, delle competenze, della spendibilità occupazionale di un individuo. Nel lessico del rating internazionale, questi criteri si traducono in Esg, Environmental, Social and Governance: ovvero quanto le risorse immateriali (talenti, potenzialità, brevetti) pesino sul valore aziendale, esattamente come le risorse materiali (capannoni, macchinari).
Ecco, lo stesso concetto deve applicarsi alle persone. Voglio credere che saremo in grado, nell'anno domini 2021, all'alba del Next Generation Eu, di entrare davvero nel nuovo millennio. Zitti e buoni? No, grazie. 
Giulia Armeni

 

gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it

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