La spunta blu

So taca na machina

Tim Roth in una scena del film "La leggenda del pianista sull'oceano"
Tim Roth in una scena del film "La leggenda del pianista sull'oceano"

"Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla" (Alessandro Baricco, “Novecento”)


Vorrei accendere qualche riga come si accendono i ceri nelle chiese in memoria di Adriano Urso. La sua è una piccola storia triste, che contiene le storie di molti e che sembra scritta su misura per il copione di un film su questo tempo sospeso e senza pietà. Adorava la musica, nel suo sangue scorreva il jazz, la sua passione era il pianoforte. Era una piccola stella della scena romana, una creatura della notte, di notte viveva e splendeva. La pandemia gli aveva tolto quello che amava e che gli dava da vivere: il pubblico. Locali chiusi, concerti vieta, cartellone annullato, luci della ribalta spente. Aveva provato a inventarsi qualcosa per mettere insieme un po’ di spiccioli in attesa di giorni migliori. Aveva accettato di fare il rider, come li chiamiamo oggi: il fattorino, si sarebbe detto ieri. Consegnava la cena a casa dei clienti che avevano prenotato pizze e carbonare cliccando sull’applicazione “Just eat”. Con tutta la dignità di cui era capace, trasportava le borse termiche a bordo della sua auto, una vecchia Fiat 750 special: il motore cantava come Nina Simone, guidava quell’auto come portava il Borsalino con quel suo stile rétro. Adriano Urso è morto il 10 gennaio, mentre spingeva su una strada buia quella sua auto d’epoca, che lo aveva tradito durante una consegna. Il cuore non ha retto. Aveva 41 anni. È morto in silenzio e nel silenzio: non si è levata mezza parola per dire “mai più”, nessuno che si sia preso la briga di scrivere da qualche parte “siamo tutti Adriano Urso”. Che almeno la terra gli sia lieve. E però quanti sono pianisti-fattorini là fuori, i nuovi invisibili che hanno perso la voce dopo la chiusura dei teatri e che raccattano mance cercando su Google l’indirizzo del prossimo cliente? Mentre quella storia triste scivolava sotto i titoli sulla crisi di governo, da una stanza d’ospedale si alzava in volo un cinguettio che spezzava il flusso dell’ultimo psicodramma italiano. “So taca na machina, ma respiro”. Lo aveva scritto Andrea Pennacchi, senza badare ad accenti o apostrofi. Un guizzo, improvviso, sorprendente, scioccante, uno dei quei momenti in cui ci si scopre a ridere e a piangere, e il riso e il pianto spingono per uscire da un’emozione sola. Da quel letto, tra flebo e respiratori artificiali, quel tweet ha preso la forza di un titolo, quel genere di titoli che possono stare appesi a un quadro in un museo o sulla copertina di un romanzo. Quelle parole sono lo specchio di questo tempo, dicono dell’agonia sanitaria, ma anche della condizione esistenziale di milioni di esseri umani reclusi in casa, aggrappati a telefoni e computer, attaccati alle macchine per sentirsi vivi. Più di tutto, raccontano lo stato di salute del mondo del teatro, dell’arte, della cultura, della musica: muto, invisibile, ai margini, in attesa del proprio turno, ultimo dei problemi, esangue. Un mondo rimasto senza pubblico, come Adriano Urso, pianista jazz finito a fare il fattorino con la sua Fiat 750 special. Attaccato a una macchina: #sotacanamachina è lo spirito del tempo covidico, fotografia nitida di una dimensione sospesa. E però il Pojana, con un colpo di poesia, è andato oltre: #marespiro, scritto così, tutto unito, è il nuovo hashtag della resilienza. Siamo tutti attaccati alle macchine, ma respiriamo.
gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it