La spunta blu

Sfida alla vicentinità

Il centro storico in una celebre illustrazione di Toni Vedù
Il centro storico in una celebre illustrazione di Toni Vedù

«La vicentinità è la facoltà di tradurre in passioni intellettuali, astratte, le passioni reali. La costante tendenza cioè, a frenare e forse anche a dissolvere prima del loro compiersi quei moti dell’animo, del pensiero e della carne che conducono ai fatti e, di conseguenza, alle conseguenze. Cioè, ancora, una forma di prudenza, di diffidenza, di avarizia che potrebbe apparire anche soltanto borghese, o per meglio dire di amministrazione dei sentimenti che tende inesorabilmente alla staticità, alla immobilità, al monologo e non al dialogo, insomma alla fantasia, alla nevrastenia, talvolta alla narcisistica follia. Questo groviglio interiore che non si esprime mai, coperto com’è dalla coltre delle false forme, questo pasticcio di cose improbabili che diventano probabili per virtù di farnetico, tutto ciò, forse, è la vicentinità…». (Goffredo Parise, “Il sogno improbabile”)
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Quand'ero bambino Vicenza iniziava a Campo Marzo e finiva all'Olimpico. Era la vasca di noi provinciali. Arrivando da ovest mio padre o mia madre lasciavano l'auto dove adesso c'è il parcheggio Verdi, ma non sotto, la lasciavano sopra: c'era solo il piano terra, i miei lo chiamavano il parcheggio dell'Aci. Dal “gabiotto” usciva un tizio con il berretto da capitano di vascello, staccava un biglietto come quelli del cinema e lo metteva sotto il tergicristallo. Un cinema, per la verità, c'era ancora, proprio lì davanti: l'ultimo film che ci ho visto è stato “Romeo + Juliet” con Leonardo DiCaprio. Poi lo hanno chiuso, saranno passati vent'anni ormai, uno dei tanti buchi neri del centro storico, che spesso si sono accaniti proprio sulle sale cinematografiche. Si veniva a Vicenza anche per quello, per vedere i film prima che arrivassero anche da noi laggiù, da qualche parte nella pancia del Nordest. E sempre lì iniziava la Vicenza del mio ginnasio: scendevamo in stazione alle 7 e mezza e ciondolavamo con le nostre “o” chiuse che inorridivano i “cittadini” fino a porta Castello, dove non si sa come era incastrata un'edicola in un metro di profondità, incastonata come un’otturazione dentro l'arco. Qualsiasi cosa chiedessi, l’edicolante si contorceva disegnando studiate coreografie da fermo e la estraeva, come se quella bottega in miniatura fosse la borsa di Mary Poppins. Campo Marzo io me lo ricordo prima che ci facessero la pista di volo. Sulle panchine di legno laccato di verde ho ricevuto i primi baci, con un occhio alla fermata delle corriere in viale Roma e l’altro al décolleté di lei. Ricevuto, sì, perché darlo mi sembrava esagerato, mi sentivo sempre come se giocassi in trasferta, con la mia “o” stretta che mi allenavo ad allargare pronunciando anche le omicron come omega. E allora me ne stavo più in difesa che all'attacco. E in difesa, più che all'attacco, sembra giocare ogni volta questa città catenacciara per indole, che non cambia per paura di sbagliare e quando finalmente cambia spesso sbaglia. La notizia dei progetti per il quadrante ovest del centro, messa in circolo un po' a sorpresa in questi primi giorni di un anno ancora sospeso, che non sappiamo dire se sia di rottura o di transizione, se sia uccel di bosco o di riviera, è una scossa elettrica improvvisa, un sveglia che suona e interrompe un certo torpore. Eppur si muove, anche Vicenza. Dopo aver trascorso i primi mesi da sindaco a scansare la prospettiva di un secondo mandato, Francesco Rucco dev’essersi persuaso che dal suo ufficio di palazzo Trissino può lasciare il segno, ma che per farlo ha bisogno di essere rieletto: l'operazione che ha presentato alla sua maggioranza non è un pacchetto last minute per cambiare due lampioni e asfaltare tre strade, ma ha il respiro delle cose che restano. Per restare, però, le cose devono anche essere avviate. Da cronista posso dire di aver scritto per anni di progetti ambiziosi, a volte persino fantascientifici e utopistici, rimasti poi inesorabilmente sulla carta, dalla passerella davanti alla stazione al tunnel per le auto tra San Lazzaro e lo stadio. Gli ultimi erano stati annunciati dall'amministrazione di Achille Variati, che sognava una rinascita del quadrilatero di viale Milano e viale Torino all'insegna della modernità e della bellezza: la crisi del mercato immobiliare ha tarpato le ali a quei sogni, di cui rimane soltanto il solito supermercato, pezza buona per tappare tutti i buchi edilizi. Il sistema delle piazze tra il giardino Salvi e l'Eretenio, con la radicale trasformazione della viabilità, l'inabissamento delle auto in un tunnel da abbinare all'Alta velocità ferroviaria, la scommessa della mobilità elettrica e l'introduzione di funzioni diverse per il tormentato Campo Marzo è un'idea. E di idee non ne abbiamo ascoltate molte in questi anni avvitati nell’altalena delle crisi e delle emergenze. Non solo muove le acque rese stagnanti dalla pandemia, ma esprime una visione innovativa per questo pezzo di città: ad alcuni piacerà, ad altri non piacerà, ma mostra il coraggio delle idee, indica una direzione, non si rassegna allo status quo. Troppe volte abbiamo accettato l’idea che Campo Marzo fosse ormai una repubblica indipendente, un corpo estraneo incuneato dentro Vicenza città bellissima. Questo progetto ha la forza di provare a restituire un ordine alle cose: per i foresti, per i turisti, per i viaggiatori, Vicenza inizia proprio lì dove per i vicentini invece semmai finisce. Serviranno tempo e molti quattrini. E ci sarà da remare contro la corrente di quella vicentinità che Parise vedeva manifestarsi nella «costante tendenza a frenare e forse anche a dissolvere prima del loro compiersi i moti dell'animo». Rimettere a posto le tessere del puzzle impazzito di questo pezzo di città e fargli cambiare pelle per provare a lasciarsi alle spalle il senso di abbandono e declino che lo accompagna da un quarto di secolo è una scommessa che alza l'asticella dell'amministrazione Rucco. Magari, chissà, se non proprio un cinema, potrebbe riaccendersi la luce di un'edicola proprio lì, dove inizia la Vicenza di chi arriva da fuori, quelli con la “o” stretta, molto più stretta della grande “O” di Campo Marzo. 

gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it

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Incollo qui questo formidabile excursus nel "libro dei sogni infrastrutturali" firmato da Antonio Di Lorenzo, già caporedattore del Giornale di Vicenza, grande studioso e appassionato della storia e delle storie di Vicenza e dei vicentini. La sua ultima fatica è “Vicenza Ottanta”, un viaggio nel decennio del sindaco Corazzin, un tempo di grandi trasformazioni.


Caro Gian Marco, ma questa è una provocazione! E se provochi, rispondo. Scherzo, naturalmente. Mi sento chiamato in causa, quanto meno per ragioni anagrafiche. A questa città fa sempre bene rispolverare la sua cattiva coscienza, ricordare le colpe per i fallimenti, anche progettuali, anzi soprattutto progettuali, che da decenni hanno impedito di risolvere molti guai. La lista è lunga, ma il tema della viabilità è quello più spinoso, una via crucis di buone intenzioni sotterrate da incapacità realizzativa. Rendiamoci conto che viviamo ancora del doppio anello viabilistico realizzato dal sindaco Zampieri (classe 1893, proprio nei giorni scorsi sua figlia Anna Maria ha compiuto 88 anni in Canada, dove vive) negli anni Cinquanta. Da allora a Vicenza sono state realizzate solo tre strade: via Aldo Moro e la copertura del 3° e 4° binario di viale Risorgimento negli anni Ottanta e la tangenziale che oggi si chiama Viale Annecy di cui proprio tu nel 2003 hai raccontato l'inaugurazione. Punto. Stop. Niente altro. Sono disperatamente e strenuamente favorevole al tentativo del sindaco Rucco sul tunnel che dovrà risolvere i guai della stazione Fs, luogo simbolo del degrado vicentino: senza un parcheggio, con scene da Blade Runner in concomitanza con l'arrivo dei treni, quando si affollano le auto in ogni spazio, sui marciapiedi, sulle aiuole, anche sopra gli alberi se potessero, con ingorghi che merietebbero un'altra canzone di Lucio Dalla. Quelle strisce pedonali in faccia alla stazione sono a rischio di assassinio ogni minuto. Vergognoso, l'abbiamo visto tutti. Se riuscirà nel suo intento meriterà davvero di sedere in quel palazzo in cui, un tempo, esisteva la stanza dedicata a Ercole (se non ricordo male è proprio quella in cui ha il suo studio) perché l'impresa in cui s'è gettato è degna dell'eroe mitologico. Al tuo rosario di misteri dolorosi vorrei aggiungere altri due grani. Il primo risale agli anni Ottanta, per la precisione al 1983, quando in un convegno a palazzo Trissino, emerse una proposta incredibile: lasciamo perderel'idea di ampliare la ferrovia nella sede attuale, si disse. Realizziamo, piuttosto, un viadotto sopraelevato da Vicenza est sino a Vicenza ovest, da Ca' Balbi a San Lazzaro dove i treni possano correre in tranquillità. Era stato stimato anche il costo: 300 miliardi del tempo, cioè 150 milioni di euro di oggi. Neanche tanti.
La proposta del luminare universitario di turno fu subito scartata con un sorriso di sufficienza: i soliti baroni mangiastipendio, ma cosa va a pensare? Eppure, a quasi quarant'anni di distanza, forse aveva ragione lui. Sarebbe stato più semplice che scavare il tunnel di oggi. E sull'alta velocità a Vicenza tre generazioni di cronisti hanno consumato l'inchiostro delle penne senza vedere i cantieri. E viale del Sole? Vogliamo ricordare nel 1992 i dibattiti su Tv A curati da Piero Erle, intitolati "La patata bollente", con protagonisti l'effervescente direttore Mino Allione nelle vesti a lui congeniali di provocatore? Chiedi a Luca Ancetti, se li ricorda bene. Uno dei leit motiv fu il sottopasso dell'Albera da scavare da viale Diaz sino a viale del Sole per dare sfogo al traffico e rendere tutti più sicuri. Si può fare, no, non si può, costa tanto, no si può sostenere il costo... Luca Vignaga, al tempo giovane dell'ufficio studi della Cisl e oggi a capo dell'Aidp, l'associazione dei direttori del personale del Triveneto, diventò un protagonista della cronaca. Gli faceva da contraltare il compassato onorevole Giuliano Zoso (che una volta in una cronaca Stefano Ferrio per un lapsus battezzò Giuseppe Zoso: se la prese parecchio e noi sorridemmo parecchio). La sua frase: "No, Vignaga, no, te sbagli..." 
era diventata un tormentone e, come tutti i tormentoni teatrali, divertiva perfino. Al dibattito seguirono pagine e pagine sul Giornale: ne scrisse anche Nicoletta Martelletto, oltre a Piero. Ricordo di un mio pezzo dell'allora giovane ricercatore Giancarlo Corò che aveva misurato il traffico in entrata e uscita a Vicenza in 100 mila veicoli. Sembrava impossibile, ma aveva ragione lui. Ho visto la stessa cifra in un pezzo sul Giornale da poco.
Consola poco il fatto che i veicoli non siano aumentati. La verità è che stanno per scoccare i trent'anni da quelle trasmissioni e il traffico è sempre lì, tracimante, incombente. Le rotatorie di Cicero l'hanno reso un po' più fluido, ma per affrontare quell'incrocio all'Albera, anche in auto, serve lo stesso coraggio dei marines a Iwo Jima. Non parliamo dei pedoni che devono attraversare: in questo caso il paragone più che militare diventa religioso, perché quando si passa dall'altra parte vien voglia di salire a Monte Berico a rendere grazie, anche se si è atei. Perdona questo amarcord, che temo non sortirà effetti perché, come ricordava Fernando Rigon, già direttore dei musei a Vicenza, i vicentini hanno una caratteristica: "Per loro - diceva - la colpa è sempre degli altri".
Antonio Di Lorenzo