La spunta blu

Servono anche quei 40, comunque

Kevin Spacey nei panni di Frank Underwood, protagonista della serie tv "House of cards"
Kevin Spacey nei panni di Frank Underwood, protagonista della serie tv "House of cards"

“Se non ti piace com’è apparecchiata la tavola, cambia posto” (Frank Underwood, “House of Cards”)
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Confesso che un po’ mi ha messo a disagio questa conta dei senatori, la seconda da inizio anno. L’unica costante è il ritardo con cui vota Lello Ciampolillo, sempre al fotofinish, come se fosse il suo modo da Pincopallo di farsi notare, il suo marchio di fabbrica: ormai la chiamano “zona Ciampolillo”. Il resto è completamente cambiato, soprattutto lo spirito della conta. Con l’ultimo Conte l’attesa era per vedere se cade. Con Draghi l’attesa è per misurare i record di consenso. E va bene, fa parte del gioco, è nell’ordine delle cose quando il vecchio governo è sul viale del tramonto e il nuovo governo si gode i languori della luna di miele. La pax draghiana rappresenta una fase rara se non unica per l’Italia dei campanili e delle fazioni, una parentesi di dialogo e condivisione dopo le stagioni avvelenate fatte di muri, contrapposizioni, incomunicabilità. Difficile, fin qui, trovare obiezioni dopo il gran discorso pronunciato al Senato, soprattutto se pensiamo al capitale umano di cui si compone il parlamento e alle parole d’ordine con cui era stata inaugurata la legislatura. E però, proprio mentre l’Italia sembra stringersi a coorte, perché le cose possano dirsi fatte bene, serve anche chi dice no, chi non ci sta, chi si sfila dal coro. Servono quei 40 che con il loro “no, grazie” si sono messi all’opposizione invece di farsi un giro comodamente seduti sul carro del vincitore. Servono Giorgia Meloni e Alessandro Di Battista, di cui probabilmente anche se ci mettessimo intorno a un tavolo per un giorno e una notte interi non riuscirei a condividere mezza idea, ma che proprio per questo vanno ringraziati per aver deciso di giocare la partita in quel ruolo. Giusto, giustissimo l’appello all’unità, ma fino a un certo punto: avere un’opposizione è sempre un certificato di sana e robusta costituzione, in questo momento poi aiuta a ricordare a tutti gli smemorati che tre anni fa (non trenta, ma appena tre) l’avventura di questa legislatura era partita da premesse radicalmente opposte, con un voto anti-sistema, con l'Europa nel mirino e con gli europeisti in minoranza. Piaccia o non piaccia, non c’è democrazia senza opposizione.
gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it