La spunta blu

Ritorno sull'isola della Dad, un anno dopo

Una scena dal film "Mediterraneo"
Una scena dal film "Mediterraneo"

“Ma come non sapete niente? C'è stato l'otto settembre” (dal film “Mediterraneo”)
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“Mi sentite? Mi vedete?”. Ci siamo, è il segnale: si inizia, (nuovo) primo giorno di scuola a distanza. La sera prima abbiamo ripassato il piano di battaglia: occupazione militare di ogni scrivania e tavolo, non più di uno per stanza, almeno un muro di separazione, meglio due. Alle otto siamo tutti ai posti di combattimento. In tuta: “Sì, ma la tuta per uscire, non la tuta per casa”, dico io. “Quello è un pigiama?”. “Solo i pantaloni, tanto la webcam non li inquadra”. “Mettiti la tuta”. Ci siamo dati la regola di stare a casa ma come se fossimo a scuola. A parte le scarpe, ok. “Pettinati e lavati la faccia”. Lancio un'ultima occhiata prima della connessione a Classroom: le mie figlie sembrano telegrafiste con quelle enormi cuffie, di così grandi non ne vedevo dai tempi del video di “We are the world”, metà anni Ottanta. Poi arriva il segnale. No, non la campanella, magari. Il segnale è: “Mi sentite? Mi vedete?”. Più o meno come Massimo Decimo Meridio, il gladiatore: scatenate l'inferno. Così per cinque minuti è un tutto un cava&metti di fili elettrici, un alza&sbassa di volumi, un tocami&tocatì nei turni di parola. Poi si parte davvero. E subito mi sento un intruso. La dad mi fa questo effetto: mi dà la vertigine di spiare dal buco della serratura, di trovarmi dove non dovrei. Quello che accade dentro lo spogliatoio resta dentro lo spogliatoio, ci dicevamo quando giocavamo a calcio. Così anche la scuola è sempre stata un tempio inviolabile: sì, va bene, i voti, le circolari, le note, i visitoni e i colloqui, però per noi mamme e papà era sempre una questione di versioni riferite, di storie più o meno verosimili raccontate tra dettagli che entrano e altri che spariscono. Non l'avevamo mai vissuta in presa diretta. Ve li immaginavate così spigliati o così impacciati i vostri figli nel rispondere sui complementi di luogo o sulle conquiste di Alessandro Magno? Per un attimo penso a mia madre che mi vede interrogato sull'Orlando fuorioso... Mah, non sono sicuro che si sarebbe divertita. Un compagno di mia figlia rispolvera un suo vecchio numero: “la morte improvvisa” l'aveva chiamato, con quel cinismo insospettabile di cui solo i ragazzini sono capaci. Il numero consiste nel simulare una paresi quando vieni chiamato in causa dal prof: se sei bravo – e lui è davvero bravo – tutti credono che la linea si sia inceppata, così dopo un po' ti scolleghi e arrivederci interrogazione . “C'è chi è nato per studiare e c'è chi è nato per zappare”, dice il prof. Mortillaro durante il consiglio di classe nel film “La scuola”. Qui par di capire che sarebbe un sollievo per molti se i nostri ragazzi andassero a zappare invece di ostinarsi a studiare. Nella mia trincea in cucina controllo cosa è aperto e cosa è chiuso da oggi, primo giorno di zona rossa, un bel lunedì e non poteva essere altrimenti. Red monday, il nostro giorno della marmotta, come Bill Murray in “Ricomincio da capo”, oggi come un anno fa, stessa musica, alla radio passano persino “I got you babe” di Sonny & Cher, anche se mi sembra più di stare affacciato dietro le immense vetrate di “Lost in translation”: suona solo a me tutto irreale, come se fossimo su un altro pianeta o dall'altra parte di questo pianeta, con addosso un fuso orario che non è il nostro? Faccio due conti e arrivo a conclusioni inequivocabili: oggi le mie figlie si possono allenare (sono agoniste), possono stare un pomeriggio intero al supermercato, possono andare in chiesa da mane a sera, al parco, in piazza, in farmacia, in un negozio di articoli sportivi addirittura. Ma non a scuola. E se tenessimo una lezione nella navata del duomo, lì si potrebbe? C'è qualcosa di molto ingiusto e di molto italiano in questo improvviso precipitare in zona rossa, un anno dopo, come se non avessimo capito nulla del virus e di quello che ci sta capitando. Come ciclicamente accade nella nostra tribolata storia, siamo entrati in modalità “Ora sono affari vostri”. Questo lunedì rosso è un nuovo 8 settembre. L'unica regola è: arrangiatevi. Già, perché le scuole chiudono, ma i genitori lavorano, le babysitter costano, i nonni sono fragili e mica li hanno vaccinati ancora quelli nati negli anni Quaranta: vogliamo esporli proprio ora ai bacilli trasportati dai giovani? O non li trasportano più ora che le scuole sono chiuse? Ditemi, vi prego, la verità, tutta la verità sulle varianti. In questo lunedì rosso vago alla deriva su un'isola dell'Egeo, come il battaglione di “Mediterraneo” agli ordini del tenente Raffaele Montini: “Avevamo tutti più o meno quell'età in cui non hai ancora deciso se mettere su famiglia o perderti per il mondo”, dice all'inizio del film mentre scorrono le parole di Henri Laborit: “In tempi come questi la fuga è l'unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare”. Fuga: devo segnarmela nel dizionario delle parole smarrite, le parole che non diciamo più perché non ce le fanno più usare. Sì, ma fuga da dove e per dove? Entra in cucina mia figlia: “Facciamo merenda”. Mezza mattina è volata via. Passeranno anche queste settimane di nuova dad. Pasqua arriverà prima di quel che pensiamo o temiamo. Sì, ma poi? Quanto durerà questo 8 settembre al tempo del virus? Quanto resteremo in modalità “c...i vostri”? “Una vita è troppo poco – dice il sergente Lorusso ai suoi commilitoni - una vita sola non mi basta. Troppe cose da fare, troppe idee. Sai che ogni volta che vedo un tramonto mi girano i coglioni? Perché penso che è passato un altro giorno. Dopo mi commuovo, perché penso che sono solo. Un puntino nell'universo". Quanti tramonti ci siamo visti in lockdown? Prima o poi la guerra finirà, anche questa che chiamiamo guerra. Prima o poi verranno a prenderci nella nostra isola, noi puntini nell'universo, che ancora non sappiamo decidere se questa sia una prigione o una fuga. E quando arriveranno faremo anche noi come tutti i naufraghi alla deriva, ci sbracceremo dalla spiaggia, come i protagonisti di Mediterraneo, e urleremo, sì, urleremo il nostro segnale che siamo qui, ci siamo ancora: “Mi sentite? Mi vedete?”. 

gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it

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