La spunta blu

Quello che rimane dopo la mareggiata della scuola a distanza

Liv Tyler in una scena del film "Io ballo da sola"
Liv Tyler in una scena del film "Io ballo da sola"

«Perché dovevo andare a scuola? Perché il mondo funzionava cosí? Nasci, vai a scuola, lavori e muori. Chi aveva deciso che quello era il modo giusto? Non si poteva vivere diversamente? Come gli uomini primitivi?» (Niccolò Ammaniti, “Io e te”)
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Come si depositano rami secchi, resti di barche e reti da pesca sulla spiaggia dopo una mareggiata, così dopo la didattica a distanza si è depositato su molti ragazzi un velo di indolenza e pigrizia. Fateci caso, in queste tre settimane sono stati soprattutto i genitori a scendere in piazza, reale o virtuale, per alzare la voce contro la scuola che non c’è. I figli sono rimasti a guardare, rincantucciati nel microcosmo delle loro camerette, un pugno di metri quadrati divenuti in questo anno il contenitore delle loro esistenze: ogni giorno quelle camerette diventano aule scolastiche, palestre, discoteche, cinema, teatri, atelier. Il grande mondo là fuori è stato ingoiato dal piccolo mondo qui dentro: il cielo in una stanza. Mi ricorda un vecchio film di Emir Kusturica, “Underground”: in superficie infuria la guerra, ma nel rifugio antiaereo la vita va avanti, capita persino di innamorarsi della stessa donna, sotto terra come sopra.
Non ne vorrei fare un’equazione buona per tutti. C’è chi si sente soffocare e scalpita per tornare ad assaggiare la vita vera, anche a costo di rischiare un cinque in latino alla prima interrogazione alla lavagna. Ma c’è anche chi nell’altalena della telescuola ha scavato la sua tana, la sua comfort zone, a forza di restare chiuso lì dentro finisce per sentirsi protetto e a proprio agio, come se si fosse affezionato alla nuova routine della vita a distanza. Spero di sbagliarmi, ma dopo un anno di purgatorio, di esistenze sospese tra terra e cielo, tra dentro e fuori, è come se i nostri figli fossero fuori allenamento. Dei calciatori reduci da un infortunio si dice che non hanno il ritmo partita: ecco, dopo questa ultima ondata (ho scritto “ultima”: lo sarà davvero?) di “Dad”, a più di qualcuno sembra mancare il ritmo scuola. La scuola del futuro sarà una trama intrecciata con i fili della didattica in presenza e della didattica a distanza, che si arricchiranno e completeranno. La scuola di oggi, però, deve fare i conti con gli effetti collaterali della distanza. Non so dire se la parola giusta sia pigrizia, indolenza, apatia, inerzia o chissà cos’altro. Forse ne servirebbe una nuova, qualcosa che descriva in poche lettere la lontananza, l’assenza, la solitudine. Di sicuro noi adulti siamo in debito, dovremmo restituire quello che abbiamo tolto a voi ragazzi: gli stimoli. Sì, parlo del desiderio di allontanarsi da riva, di prendere il largo, di fare esperienze, di perdersi per ritrovarsi, di conoscere il mondo per conoscere se stessi. Il cielo in una stanza è anche questo: un’attesa passiva che la realtà ci venga incontro attraverso fibre, cavi, chip e schermi luminosi. Nella miscela di questo spleen c’è qualcosa dell’adolescenza, ovvio. Qualcosa forse pure della primavera. Ma c’è soprattutto la scuola a distanza, i frammenti di vita che le orbitano intorno e quello che ha lasciato sulle spiagge dei nostri ragazzi. Come una mareggiata. 

gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it

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