La spunta blu

«Quell’iniezione avrebbe salvato mio padre»

Edward Hopper, "Morning Sun"
Edward Hopper, "Morning Sun"

Faccio spazio qui per ospitare questo pezzo scritto da Roberta Labruna, giornalista del GdV, che abbiamo pubblicato anche sull'edizione cartacea. Dice già tutto, non chiede nient’altro se non di essere letto.
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"Ho perso mio papà l’11 dicembre. Ho avuto una “fortuna” che molti altri non hanno avuto: il giorno precedente, dopo due settimane nelle quali ho seriamente sfidato l’infinita pazienza di medici e infermieri con continue chiamate in reparto, me lo hanno fatto vedere. Tuta protettiva, due paia di guanti, mascherina e visiera. Non gli ho potuto dare un bacio, maledetta visiera, ma mi sono seduta accanto a lui, gli ho tenuto la mano, gli ho accarezzato il viso. L’ossigeno era al massimo, la saturazione sempre più bassa. «Papi, come ti senti?». «Bene, tesoro», con un filo di voce. Lui era così. Stava morendo e io non l’ho capito. Non l’ho voluto capire. Non mi sembrava possibile. Tutto era cominciato tre settimane prima. «Il papà ha la febbre», mi avvisa mia madre. Non può essere il Covid, mi ripeto io. I miei sono sempre in casa, non vedono quasi più nessuno. No, non può essere il Covid, provo a convincermi. Per cinque giorni non dormo, faccio avanti e indietro tra il soggiorno e la sua camera con il saturimetro in mano. In ospedale gli fanno il tampone. «È positivo». È proprio il Covid. Ma la tac ai polmoni è pulita. Tiro un sospirone di sollievo. Lo rimandano a casa. Due giorni dopo la saturazione crolla, quando scende sotto 90 chiamo l’ambulanza. Altra tac e la diagnosi è impietosa: polmonite. Ossigeno, cortisone, eparina. Non si può fare altro. Aspettare e pregare perché non prenda tutti i polmoni. In ospedale non si può andare. Gli faccio avere un giornale, perché per tutta la vita ne ha letti due al giorno, una nostra foto, ci appiccico un bigliettino. «Papino, sei tutta la mia vita, ce la devi fare. La casa è vuota senza di te, ti aspettiamo qui». E io mi convinco che ci tornerà, seduto sulla sua poltrona, con il giornale o con il libro di De Bortoli che aveva cominciato a leggere, con il suo sorriso aperto e sereno. Per qualche giorno sembra stia meglio, poi la situazione precipita d’un tratto. Non c’è più niente da fare. «Sto bene, tesoro». Ma in realtà non riesce più a respirare. L’11 dicembre il mio mondo va in pezzi: «Suo papà se n’è andato, non ha sofferto, si è addormentato». Oggi la politica ha deciso di sospendere un vaccino che in Europa ha avuto 30 casi di trombosi su 5 milioni, mentre più di 350 persone al giorno muoiono, come mio papà. Senza aria. L’effetto di questa decisione sarà che tante persone non si vaccineranno. Ecco, a me questo fa incazzare. Sì, mi fa proprio incazzare tanto. Perché, se il vaccino fosse arrivato un paio di mesi fa, mio papà sarebbe con me. E darei qualunque cosa per poter portare le lancette del tempo indietro e accompagnarlo a fare quella punturina sul braccio che, fino a prova contraria, può salvare la vita".
Roberta Labruna
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«Sono anni che mi interrogo sul giorno dopo. Sappiamo tutti di cosa si tratta, di quel risveglio che per un istante è normale, ma subito dopo viene aggredito dal dolore». Mario Calabresi ha dedicato un libro a questo sentimento che ci riguarda tutti, prima o poi, che si perda un compagno, un figlio, un lavoro, la sfida della vita. O un genitore. E l’ha intitolato “La mattina dopo”. Forse dovremmo ascoltare di più chi, in questo anno terribile, ha vissuto la mattina dopo a causa del covid: ci aiuterebbe ad avere una percezione più nitida di questo nemico invisibile, che tentiamo di osservare nelle immagini sfocate che ne danno i numeri incompleti trascritti nei bollettini e le comunicazioni troppo lacunose di chi sta gestendo l’emergenza. Lo stop ai vaccini Astrazeneca, ad esempio, non è stato spiegato dal governo, né bene né male, come la gravità della decisione avrebbe richiesto. In questo alone di opacità, la voce chi ha vissuto la mattina dopo è una torcia accesa nel buio di questo tempo sospeso. «Il giorno dopo - scrive Calabresi - finisce quando i conti sono regolati, quando ti fai una ragione delle cose e puoi provare a guardare avanti, anche se quel davanti magari è molto diverso da quello che avevi immaginato». Non so quando riusciremo a regolare i conti con tutto quello che abbiamo perso in questo anno. Oggi sappiamo solo il valore di quelle perdite. “La vita è di una precisione assoluta - annota Julian Barnes nel libro “Livelli di vita” - si soffre nell’esatta misura di quanto vale la perdita”.

gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it