La spunta blu

Non è un passaporto per giovani: tornare a viaggiare al tempo del virus

Una scena dal film "Il ponte delle spie"
Una scena dal film "Il ponte delle spie"

“Un aspetto gradevole è il passaporto più sicuro”. (Gustave Flaubert, “Dizionario dei luoghi comuni”)
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Va veloce il progetto del passaporto sanitario. Più veloce persino dei vaccini, per la verità. C’è già un nome: Digital green pass, il passaporto digitale verde. In un mondo che ha scoperto i colori della paura, dal giallo al rosso, il verde dovrebbe trasmetterci l’idea di un via libera, il colore della sicurezza più che della speranza. A metà marzo il chip verrà presentato al parlamento europeo. L’obiettivo è tornare a viaggiare attraversando confini e frontiere. Viaggiare in sicurezza significa dimostrare di essere sani. Il biopassaporto è stato uno dei primi temi di cui mi sono occupato quando è nata Lsb. Sono passati due mesi e mezzo, ma in giro non si vedono molte alternative: è il prezzo da pagare per la libertà di movimento. La nuova normalità passa per una certificazione sanitaria. In Israele, dove stanno bruciando le tappe, è già stato introdotto un free-pass per andare al cinema, in palestra, per partecipare a convegni o per soggiornare in hotel. In Italia, dove la campagna vaccinale è poco più che iniziata, senza dare troppo nell’occhio la certificazione sanitaria è già una realtà: i giornalisti accreditati al festival di Sanremo, ad esempio, dovranno presentarsi con un attestato di negatività e sottoporsi a nuovi test durante la permanenza. Selezionati in base allo stato di salute: fino a un anno fa sarebbe stata fantascienza, oggi è l’unica via per riconquistare pezzi di normalità. Ursula von der Leyen, presidente della commissione europea, ha assicurato che il Green pass rispetterà la protezione dei dati, la sicurezza e la privacy. Il chip trasporterà le informazioni che certificano se siamo stati vaccinati, se siamo guariti e da quanti giorni, o se siamo negativi e da quante ore. Per viaggiare, però, l’informazione che farà la differenza sarà la vaccinazione. La fretta di varare il passaporto è dovuta alla speranza di salvare l’estate del turismo. Già, ma che estate sarà? Il Green pass, con questi ritmi di consegne delle fiale, rischia di essere introdotto quando più della metà della popolazione europea non sarà ancora immunizzata. I criteri adottati sono simili in tutta l’Unione: prima le fasce più fragili e più esposte. Quindi priorità gli anziani. Giusto. E però il primo effetto collaterale potrebbe essere che per qualche tempo potranno viaggiare solo gli anziani, oltre a medici, infermieri, insegnanti e poche altre categorie professionali. I giovani sono in fondo alle liste d’attesa: chi ha venti o trent’anni non ha la più vaga idea di quando sarà il suo turno. Non sarebbero più fortunate le famiglie con figli di età inferiore ai 16 anni, per i quali ancora non è stata programmata né autorizzata alcuna campagna vaccinale. E se il passaporto venisse adottato anche per spostamenti interni, ad esempio per approdare in zone covid-free come le isole? Basterebbe citare la Sardegna, prima “zona bianca” in Italia: quali limiti agli ingressi verranno imposti per evitare il ritorno del virus importato dal continente? Fin qui i viaggi di piacere: e chi deve viaggiare per lavoro? Poiché il Green pass sarà indispensabile per rimettere in moto il mondo dell’economia, non tarderanno molto le pressioni per vaccinare e quindi dotare di biopassaporto chi viaggia per lavoro: non è uno sfizio, è una necessità che ha ricadute sulla vita di tutti. Forse dimentichiamo come è iniziata questa storia: il virus si è diffuso alla velocità della luce perché ha fatto quello che facevamo tutti noi, ha viaggiato. Su aerei, treni, autobus, metropolitane, navi, auto, moto, biciclette, monopattini: ogni mezzo gli è servito per diffondersi e raggiungere gli angoli più remoti della Terra. E il primo risultato della pandemia è stata la paralisi: la società più mobile della storia è stata costretta a rallentare e a fermarsi. Non può esserci ripartenza se non si torna a viaggiare. Ma più che con libertà, viaggiare fa sempre più rima con sicurezza. Dopo l’Undici settembre è cambiato radicalmente il nostro modo di spostarci in aereo. La domanda ora è: il biopassaporto ci servirà soltanto per la durata dell’epidemia del coronavirus o diventerà la regola anche dopo? Più che il difficile equilibrio tra privacy e protezione dei dati, qui mi interessa seguire la traccia delle implicazioni sulla società che stiamo disegnando per ripartire dopo questa guerra. La prima di queste implicazioni ha a che fare con la vaccinazione: ci eravamo lasciati, un anno fa, con un adulto su tre iscritto all’area No vax o Free vax. Appare sempre più chiaro che esercitare questa opzione sta diventando un lusso che non tutti possono permettersi: può pregiudicare la possibilità di viaggiare, di divertirsi, di fare acquisti, di lavorare. Il mondo che stiamo modellando dopo questa crisi non ha dubbi nel privilegiare la ricerca della sicurezza piuttosto che preservare la libertà. O meglio: la libertà sta diventando l’ancella della sicurezza. Sono libero solo se sono sano. È una novità e la stiamo accettando senza battere ciglio. Oggi non si vedono vie d’uscita, ma domani? Un vecchio film anni Novanta, si intitola “Gattaca”, mette in scena un ipotetico futuro in cui la società è divisa tra “validi” e “non validi” in base al corredo genetico. I validi possono accedere ai posti di lavoro più ambiti, i non validi devono accontentarsi di professioni umili. Non siamo ancora da quelle parti, però un anno dopo l’inizio di questa storia, non si vedono in giro alternative al biopassaporto, che ci dividerà tra vaccinati e non vaccinati, tra chi può viaggiare e chi non può viaggiare, e forse - chissà - tra chi può e chi non può andare allo stadio, al teatro, in piscina, alle olimpiadi, in fiera, all’università. Vaccinati e non vaccinati. Validi e non validi. Quando al cinema vidi quel film, non avrei creduto di trovarmi così presto dentro quel futuro.

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