La spunta blu

Nel paese delle Cenerentole

Una scena del film "Quattro matrimoni e un funerale"
Una scena del film "Quattro matrimoni e un funerale"

«Tu credi che, dopo che ci saremo asciugati, dopo che avremo passato un po' più di tempo insieme, tu saresti d'accordo di non diventare mia moglie? Credi che il fatto di non sposarmi sia una possibilità che in qualche modo potresti valutare? Voglio dire, per il resto della tua vita...» (dal film “Quattro matrimoni e un funerale”)
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Mi capita a volte di uscire dalla redazione in zona coprifuoco. C’è sempre un certo traffico. Auto che viaggiano a gran velocità. Con il fiato grosso, i vetri appannati, i capelli spettinati, il trucco sfatto. Quella gara contro il tempo orbita intorno alle 22: poco prima il traffico è molto più debole, poco dopo sparisce del tutto. Da 82 giorni le 22 sono la mezzanotte di migliaia di Cenerentole e Cenerentoli costretti a interrompere il loro ballo a metà per tornare a casa in tempo, prima che scatti la tagliola dei controlli e delle multe. Le corse nella Vicenza al tempo del coprifuoco si specchiano nei numeri sfornati dall’anagrafe: il 44 per cento delle famiglie ha un solo componente. Provo a riscriverla così: quasi una casa su due è abitata da una sola persona. Affacciatevi da una finestra e contate le abitazioni che riuscite a vedere. Siete arrivati a dieci? Bene, almeno quattro di quelle dieci ospitano un residente. Uno soltanto. Vicenza città dei single. Questo dicono le statistiche. Possibile? La mia sensazione è che la pandemia abbiamo smosso l’acqua di un grande mare di cui vedevamo solo la spuma delle onde in superficie, senza avere strumenti per sondare le correnti in profondità. Il virus è una tempesta che mescola le maree. I numeri che descrivono Vicenza come la città dei single sono simili alle alghe e ai tronchi che al mattino troviamo sulla sabbia della spiaggia dopo la mareggiata della notte: erano là, in mezzo al mare, ma non li vedevamo. O meglio: non li vedono gli strumenti con cui tradizionalmente si prova a scandagliare i fondali della realtà. La “residenza” è la pietra angolare di una società solida, novecentesca, cementata intorno a persone che fanno scelte destinate a durare per decenni, spesso per tutta la vita. Dentro la “residenza” c’è l’idea stessa di famiglia, ma oggi sappiamo che le famiglie, quelle con genitori e figli, sono una minoranza: solo una su quattro. Questo significa che tre su quattro sfuggono alle vecchie definizioni, escono dai sonar, stanno giocando un’altra partita in un altro campo. E sono la maggioranza. Eppure sono invisibili. Non li sentiamo mai nominare nel discorso pubblico, non compaiono nei programmi dei partiti o nelle interrogazioni parlamentari. Tutta la distanza tra come pensiamo vadano le cose e come le cose realmente vanno l’abbiamo misurata con i dipiciemme della pandemia: ogni decreto è stato scritto in un italiano antico, anacronistico, per tentare di regolare la vita privata degli italiani come se l’orologio fosse fermo alla fine degli anni Settanta. Cercare le definizioni di congiunti o conviventi è stato lo sport nazionale di questo acrobatico ultimo anno. Sulle autocertificazioni siamo stati costretti a confessare segreti che non confidiamo nemmeno alle nostre madri: dove trascorriamo le notti, con chi dormiamo, con chi mangiamo, con chi guardiamo un film, con chi facciamo l’amore. Essere costretti a darsi un’etichetta e un posto in cui vivere dopo essere sfuggiti a ogni etichetta e luogo fisso; dover stare dentro un abito che da almeno vent’anni per tre quarti della popolazione è troppo stretto, ha troppi spigoli, è troppo solido. Questi 82 giorni di coprifuoco, sommati alle chiusure dei luoghi della socialità, del divertimento, della cultura, hanno tolto ossigeno alle relazioni fuori dai vecchi schemi, alle avventure, alle passioni corsare, agli amori clandestini. Il coprifuoco congiura contro la singletudine. Così, nella città dei single, ogni notte, poco prima delle 22, decine di scarpette vengono smarrite su grandini saltati a due a due, su vialetti poco illuminati, su marciapiedi tra vicoli e palazzi. Sono le scarpette delle Cenerentole e dei Cenerentoli dei nostri giorni, di quelli che provano a resistere al mare grosso di questi mesi terribili, per non farsi trascinare dalle onde della pandemia e non ritrovarsi, una mattina, abbandonati come rami secchi su una spiaggia dopo la mareggiata.
gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it