La spunta blu

Mi manchi come un concerto

Una scena dal film "Blues Brothers"
Una scena dal film "Blues Brothers"

“Scrivere di musica è come ballare di architettura” (Martin Mull, ma anche Frank Zappa e Laurie Anderson)
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Quel momento in cui si fa buio in sala, la luce di una torcia si agita dietro il palco, ombre senza volto entrano in scena, aggiustano l'asta del microfono, imbracciano una chitarra, regolano lo sgabello dietro la batteria. E noi lì davanti smettiamo di parlare e di respirare anche. Quel momento in cui le bacchette danno il tempo e spezzano il silenzio, i primi colpi sulle pelli dei tamburi che vanno a rimbalzare dritti sulle costole, tra cuore e stomaco, il plettro gratta le corde della chitarra, il basso inizia a pompare e a regolare il battito del cuore, mentre il sangue si scioglie per andare veloce. E una scossa di diecimila volt ti attraversa la spina dorsale e ti sveglia come da un sonno lungo millenni. Quel momento in cui la voce soffiata dentro il microfono rimette ordine al caos, restituisce un senso al mondo, dice da che parte si va, mentre sul palco esplode la luce e ogni cosa è illuminata. E tu che riconoscendo le note e le parole riconosci te stesso, i tuoi ricordi, le tue passioni, le tue fragilità, mentre sulla schiena premono le mani e i corpi di altri dieci, cento, mille come te: anche loro si stanno ritrovando e pensi che non sei solo e che anche se non conosci nessuno parlate tutti la stessa lingua. Ecco, quel momento è la musica dal vivo. Era. Sarà. Ma oggi non è. Concerto è l'ultima arrivata nel dizionario delle parole smarrite, quelle che non pronunciamo da tempo perché non possiamo fare più le azioni che definiscono. Giorni fa a Livorno è apparso un graffito: “Mi manchi come un concerto”. Una genialata, va detto. Per qualche ora ha fatto il giro del web. Virale, avremmo detto un anno fa: si dice ancora virale o vale solo per il covid? L'ha inventata Gabriele Milani, fotografo e artista: “Una frase in cui ciascuno rispecchia le proprie mancanze”, ha detto. Gli dovremmo essere tutti grati, perché ha tenuto vivo un fuoco che ogni giorno che passa si indebolisce sotto la cenere della pandemia. Come molti, quando è arrivata questa tempesta, mi sono trovato anch'io con un biglietto in mano per un concerto risucchiato in quel tempo senza gravità in cui galleggiano le cose da fare quando tutto sarà finito. Primi ad essere cancellati, i concerti saranno gli ultimi a ripartire, inutile farsi illusioni. Il virus ha dissolto l'essenza stessa di questa liturgia laica: sconosciuti che si ammassano in un'arena per ascoltare musica, ballare, cantare, sudare, abbracciarsi, sentirsi un corpo unico che vive per quel momento, il momento della musica dal vivo. Non la saprei spiegare a un alieno che dovesse atterrare domattina in giardino: non glielo saprei dire perché ci piaceva farlo e perché stiamo soffrendo per questa mancanza, però gli direi che questa cosa qui sulla Terra la sappiamo fare bene, ne facciamo tante male, ma questa dovremmo brevettarla e provare a distillarla per infilarla in una bottiglia da spedire con una sonda su Marte e far sentire al resto dell'universo di cosa siamo capaci, noi piccoli terrestri. Il silenzio non mi spaventa, così come la solitudine: sto bene con chi sta bene con me, ma sto bene anche con me stesso. Eppure il silenzio, un anno fa, quando scoccò l'ora del lockdown, me lo ricordo, perché mi teneva sveglio di notte: venivo svegliato dal silenzio, nuovo, profondo, totale. L'era glaciale. La mia terapia è stata la musica: come altre volte, anche questa volta mi ha curato la musica. Ne ho ascoltata a tutte le ore, Bach per svegliarmi e Coltrane per addormentarmi, Gershwin per correre e per allenarmi, David Bowie al lavoro, solo come il Major Tom di “Space Oddity” nella redazione all'improvviso deserta per riempire il vuoto lasciato da decine di dita che non battevano più sui tasti il giornale del giorno dopo: qui Ground Cotrol, puoi sentirci Major Tom? «Canzoni belle da restarci male – direbbe Brunori Sas – quelle canzoni da cantare a squarciagola come se cinquemila voci diventassero una sola, canzoni che ti salvano la vita, che ti fanno dire “no, cazzo, non è ancora finita”». A me la musica ha fatto questo effetto quando il mondo ci è scivolato sotto i piedi: mi hanno ricordato chi sono, chi siamo, da dove veniamo e dove potremmo ancora andare. E mentre attraversavo il mare in tempesta a bordo della mia scialuppa di canzoni e suite e sinfonie, ho tenuto stretto il mio biglietto come promessa per il futuro. Nell’antica Grecia, quando due amici si separavano prima di partire per un lungo viaggio, spezzavano un coccio di terracotta: finché le due parti restavano separate, portavano l’idea dell’assenza e della distanza, ma quando venivano riunite e tornavano a combaciare, per quanto tempo fosse passato e per quante cose fossero cambiate, i due pezzi diventavano un modo, a volte l’unico, per riconoscersi. Quei due frammenti, uniti, prendevano il nome di symbolon: simbolo. Il biglietto che conservo in tasca è il mio pezzo di coccio, il symbolon con cui attendo il primo concerto, non importa quanto tempo sarà passato e quante cose saranno cambiate: sono due parti destinate a combaciare. Mi piace immaginare il “primo” concerto come “La sera dei miracoli”, una vecchia canzone di Lucio Dalla, che sembra scritta apposta per raccontare quel momento, il momento in cui la musica tornerà viva: “Si muove la città con le piazze e i giardini e la gente nei bar, galleggia e se ne va, anche senza corrente camminerà, ma questa sera vola, le sue vele sulle case sono mille lenzuola. E in mezzo a questo mare cercherò di scoprire quale stella sei, perché mi perderei se dovessi capire che stanotte non ci sei”.

gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it