La spunta blu

Madame all'Olimpico, io dico sì

Madame
Madame

"Voglio che viva a cent'anni da me, voglio rimanga negli anni com'è" (Madame, "Voce")

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Quando torna dagli allenamenti di nuoto, mia figlia (quasi) undicenne si infila in doccia e ascolta la sua playlist “Shower” a tutto volume. Da qualche tempo, apre e chiude questa playlist Madame con la sua “Voce”. Come se non bastasse, mia figlia ci canta pure sopra a squarciagola. L’altra sera, uscendo da una nuvola di vapore, mi dice: «Lo sai, papi, che il video di questa canzone è stato girato al teatro Olimpico?». Lo so, lo so. «Ma può farlo chiunque? Tutti possono andare a girare un video all’Olimpico?». No, non tutti, almeno credo. Non so perché mi viene in mente il concerto a Pompei dei Pink Floyd, più o meno cinquant’anni fa. Fu una cosa epocale, molto po’ più di un video, un lungometraggio, però fu qualcosa di simile alla scelta di Madame: un incontro-scontro di codici, di stili, di età, di significati, più dissonanze che assonanze. Oggi i Pink Floyd suonano “classici” a chi ama il rock, ma quando girarono quel film erano considerati dei giovani sperimentatori: i grandi successi sarebbero venuti dopo, probabilmente a Pompei in quei giorni nessuno avrebbe saputo dire il titolo di un loro brano. Pink chi? Il loro era un linguaggio contemporaneo che sceglieva di esprimersi in uno spazio antico. Più o meno quello che ha fatto Madame, che sul palco dell’Olimpico è salita in punta di piedi, scalza addirittura, armata del solo microfono, senza nemmeno un lontano parente del chilometrico cavo srotolato lungo le strade di Pompei per alimentare il palco allestito al centro dell’anfiteatro da Roger Waters e soci. E dunque: i Pink Floyd a Pompei sì, Madame all’Olimpico no? Il dibattito che sta animando le pagine del GdV in questi giorni è stato innescato da Cesare Galla, contrario a un Olimpico per tutti. Guido Beltramini, direttore del Cisa, ha risposto che Madame gli garba, mentre non ha mai digerito Van Gogh in Basilica o lo storytelling Pop di Baricco. Per comodità incollo i due interventi pubblicati sull’edizione cartacea qui sotto. Ho l’impressione che ci ritroviamo dalle parti della disfida tra la “città-museo” e la “città-impresa”, tra una posizione conservatrice in difesa della sacralità dei monumenti ereditati dal passato e una posizione innovatrice aperta alla contaminazione tra epoche, linguaggi artistici, modalità di fruizione. Tra una concezione “alta” e un’inclinazione “pop”. A me sembra che la salutare officina delle idee inaugurata dal video di Madame sia un’occasione per Vicenza, che non può arrendersi al destino di avere un futuro dietro le spalle, ma che non può nemmeno farsi sopraffare dalla deregulation. Che tipo di occasione? Quella di darsi un metodo. Un metodo dovrebbe servire a stabilire delle regole di ingaggio, a evitare il sospetto di cedere alla moda del momento o alle lusinghe del gusto personale, a stabilire una mediana tra la città-museo e la città-impresa, tra l'esclusività del "mio tesoro" del Gollum e il "venghino, siori, venghino" da luna park. Che l’Olimpico sia a suo agio con l’abito scuro di un quartetto d’archi, è cosa risaputa. Ma perché allora il festival jazz sì e la musica popolare no, come se su quel palco non potesse aver cittadinanza la leggerezza di un'arte più semplice e povera? Il punto di partenza non può che essere il rispetto del luogo da parte dell’artista, così come enunciato dal codice dei beni culturali: «Non possono essere distrutti, deteriorati, danneggiati o adibiti ad usi non compatibili con il loro carattere storico o artistico oppure tali da recare pregiudizio alla loro conservazione». Secondo lo storico dell’arte Tomaso Montanari la parola chiave è “compatibile”: «È compatibile ciò che esalta il significato storico e artistico del bene, aumentandone la conoscenza e la possibilità di fruizione culturale; è viceversa incompatibile ciò che altera non solo la consistenza materiale, ma anche la natura e la missione culturale del bene». Tradotto: i Pink Floyd in concerto senza pubblico a Pompei più sì che no, ma gli stessi Pink Floyd in concerto con pubblico a Venezia decisamente no. Il secondo criterio su cui potremmo accordarci è la “riconoscibilità” del monumento: rispettare significa non trasfigurare. Una quindicina d'anni fa all’Olimpico vennero girate alcune scene del Casanova prodotto dalla Disney, con Heath Ledger e Jeremy Irons, gente nel giro degli Oscar: in quel film il teatro palladiano era irriconoscibile, adibito ad aula universitaria. Non sono un accademico olimpico né uno storico dell’arte, sono solo uno che passa e guarda, però a me sembra che il problema non siano Van Gogh, Monet o Picasso in Basilica, ma la leggibilità del salone che ospita i quadri prestati dai musei di mezzo mondo: deve esserci dialogo, in ogni momento il visitatore deve avere la netta percezione di trovarsi all’interno di quel monumento e non dentro un allestimento-scatola che può essere montato indifferentemente in un museo o in un capannone in zona industriale. Nel Casanova non c'è traccia del teatro, nel clip di Madame è il coprotagonista, in ogni momento riconoscibile e riconosciuto. Dovremmo anche saper distinguere le finalità: una cosa è un evento come un concerto, un’altra cosa è la promozione. Il video di Madame è soprattutto promozione: fosse stato un concerto, il Comunale sarebbe stato l'indirizzo giusto a cui bussare. Ha il medesimo valore della pubblicità con il fotomontaggio di un compressore sul palco dell’Olimpico? Secondo me no, perché il compressore è fine a se stesso: puro marketing che non “esalta il significato storico e artistico” del teatro, non aggiunge, semmai toglie. Promuovendo se stessa, viceversa, Madame promuove anche l’Olimpico e Vicenza. C’è un rapporto di scambio: senza il teatro la canzone avrebbe comunque successo, ma senza il video il teatro avrebbe perso un’occasione per essere visto, conosciuto e promosso. Mia figlia undicenne si è incuriosita, ha notato dettagli, ha chiesto cose che non aveva chiesto quando l’ha visitato con la scuola o con la famiglia. Avrebbe comunque ascoltato “Voce” anche senza quel video, ma grazie a quel video che rispetta il luogo perché non lo danneggia e lo rende riconoscibile, sa qualcosa dell’Olimpico che prima non sapeva. Non lo butterei, come risultato.
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Le giovani primedonne vicentine della nuova canzone italiana amano il teatro Olimpico. Per prima vi era approdata – verso la metà dello scorso settembre – Francesca Michielin, che aveva chiesto e ottenuto di tenere una tappa del suo tour estivo “Spazi sonori” sul cinquecentesco palcoscenico palladiano. Ora tocca alla diciannovenne di Creazzo Francesca Calearo, in arte Madame, lanciatissima dopo il recente festival di Sanremo. In questo caso non si tratta di un concerto ma di un videoclip del brano sanremese, Voce. L’Olimpico come un set, dunque, per una lavorazione che ha riguardato solo le immagini e non l’esecuzione di musiche dal vivo, essendo queste ultime destinate a essere montate successivamente. Il tutto, a quanto si è capito, per un prodotto destinato soprattutto a passare sugli account social di Madame, peraltro frequentatissimi (su Instagram, quasi 700 mila “follower”). Il Teatro Olimpico, come tutti i monumenti antichi, contempla il nostro presente dall’alto della sua storia. E non si è mai sentito che qualche statua del proscenio abbia preso vita esprimendo il suo dissenso per quanto avveniva ai suoi piedi. Non è accaduto neanche nel dicembre 2018, quando una pattuglia di baldi giovanotti, giocatori nella locale amatissima squadra di pallone, con la benedizione del Comune hanno posato in mutande a scopi pubblicitari – e sia pure anche con intenti benefici – per conto di una delle aziende del patron della società calcistica stessa. Ma la rassegna degli usi impropri dell’Olimpico affonda in anni remoti ed è purtroppo molto lunga. E si parla di usi impropri sia fuori dall’ambito dello spettacolo (i più facili da riconoscere), sia dentro ad esso (i più complicati e insidiosi da individuare). In un caso e nell’altro, l’unica possibilità di “difesa” è prerogativa del proprietario, cioè il Comune di Vicenza. Il beneplacito alla realizzazione del videoclip di Madame è arrivato con rapidità fulminea: la richiesta era di una settimana fa, la decisione di giunta con cui è stato dato il via libera è arrivata il giorno prima della registrazione. Un’evidente corsia preferenziale, come potrebbero osservare tutti gli organizzatori che chiedono di utilizzare l’Olimpico, peraltro oberato da un calendario che definire fitto è poco. Il fatto che si tratti di un’iniziativa di natura commerciale – le implicazioni in tal senso della diffusione del video sono ovvie: il nuovo album è in uscita il 19 marzo – non ha indotto a chiedere quantomeno un corrispettivo economico per l’autorizzazione all’utilizzo. Su questo versante, peraltro, un altro caso di uso improprio dell’immagine dei monumenti cittadini suscita interrogativi a cui non sarebbe male giungesse una risposta. Si parla delle recenti, numerose e sconcertanti pubblicità a tutta pagina con sgargianti macchinari industriali collocati sullo sfondo prima della Basilica palladiana e poi dell’Olimpico (in questo caso, proprio come se vi fossero piazzati dentro). Queste iniziative commerciali sono state accompagnate da una richiesta di autorizzazione al Comune? In caso positivo, è stato almeno richiesto ai proponenti qualche tipo di remunerazione economica, visto che il Comune detiene i diritti d’immagine dei monumenti di sua proprietà? Resta fermo che molto meglio sarebbe stato non concedere alcun permesso: qualche anno fa la Grecia ha dato una lezione al mondo, quando ha orgogliosamente rifiutato i compensi milionari proposti da una celebre firma della moda per avere l’autorizzazione a girare uno spot al Partenone... Per tornare a Michielin e Madame, il discorso non riguarda in alcun modo le loro capacità artistiche. Semplicemente, penso che sia stato un errore concedere alla prima l’Olimpico in settembre, e che è un errore averlo concesso ora alla seconda. L’Olimpico non è un fiore all’occhiello da esibire in caso di successo popolare, che si ottiene invocando le fresche memorie (beata gioventù!) dei tempi del liceo. O pronunciando parole dolci e banali nei confronti della “città del Palladio”, come ha fatto Madame in una recente intervista al quotidiano “Domani”. L’Olimpico è un teatro speciale, anzi unico al mondo, costruito alla fine del ‘500, dove solo da meno di un secolo si tengono regolarmente spettacoli e si fanno concerti. Negli ultimi tempi in continuo e non sempre giustificato aumento. La natura e le caratteristiche di questi spettacoli e di questi concerti dovrebbero essere ogni volta oggetto di riflessioni attente, prima di concedere l’utilizzo dello spazio monumentale. Non è necessario che queste riflessioni facciano riferimento solo alla tradizione, anzi è opportuno che siano aperte alla modernità, a una progettualità creativa e innovativa. Ma quest’ultima non può ridursi al “consumo” di musica o di teatro (o di tutti due insieme), né alla notorietà degli artisti. E neppure al numero di “follower” su questo o quel social. Nella fattispecie, per quanto possa apparire elitario, bisogna avere il coraggio di dirlo: l’Olimpico non è il luogo giusto per la nuova canzone italiana, per il pop, il rap o il trap. E neppure per qualsiasi tipo di pubblicità. A Vicenza, questo luogo è altrove e per quanto riguarda gli spettacoli è soprattutto il nuovo teatro cittadino. Quando finalmente quest’ultimo aprì i battenti, nel 2007, gli ingenui pensavano che la pressione sull’Olimpico (fino a quel momento unica sala di fatto della città) si sarebbe attenuata. Invece, si continua ad assistere a usi impropri, forzati e incongrui del “più antico teatro coperto del mondo”. Con il proprietario, il Comune, in difficoltà di fronte alle sirene del “popolare” o del “trendy”, che trovano utile, profittevole o chic invadere gli antichi spazi palladiani. Un’Amministrazione consapevole dei tesori antichi che ha in custodia dovrebbe preoccuparsi di valorizzare la loro immagine e di evitarne lo sfruttamento o il “consumo”, ovvero la banalizzazione. Troppe volte, negli ultimi anni, questa basilare “missione culturale” è fallita.
Cesare Galla
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Io credo che la scelta di Madame di ambientare il suo video all’Olimpico sia stata una grande cosa per Vicenza. Mi riconosco nell’entusiasmo di Christian Greco per un analoga presenza di Mahmood al Museo Egizio di Torino, perché è sempre un successo ogni qual volta la grande arte del passato riesce a stimolare la creatività dei giovani talenti contemporanei, che esprimono con sincerità una ricerca loro e della loro generazione. La difesa dei luoghi “alti” della cultura da contaminazioni con la cultura supposta “bassa” è una battaglia provinciale, da furieri della cultura. Chi per formazione e storia personale dedica la propria vita allo studio e alla ricerca, persegue invece sempre con entusiasmo ogni condivisione possibile con mondi diversi, e in particolar modo con i giovani e giovanissimi, che sono energia e futuro. Una polemica su questo risulterebbe incomprensibile nel Regno Unito, dove i musei sono gratuiti sin dall’Ottocento al fine di aiutare i sudditi a evolversi in cittadini. Lavoro da molti anni al “Victoria and Albert Museum” di Londra e constato con i miei occhi sia l’impegno continuo nella ricerca scientifica sulle collezioni sia la dedizione nel coinvolgere pubblici diversi, con mostre sulla minigonna di Mary Quant, sulle automobili, sui videogiochi. Il vero uso improprio dell’Olimpico è usarlo come occasione di marketing, “venderlo” tramite prodotti superficiali come la produzione di Baricco, così come uso improprio del Museo in palazzo Chiericati sono le sale allestite con altari finti, stile Las Vegas, o l’affidamento della produzione cittadina di mostre in Basilica agli eterni ritorni di Van Gogh. A proposito di quegli usi impropri non ricordo analoghe perplessità da parte di chi oggi non capisce l’importanza che riveste per chiunque abbia a cuore il futuro del patrimonio palladiano il fatto che una artista emergente come Madame abbia voluto esprimere il proprio legame con uno dei simboli della nostra terra. Costruito per altro da una Accademia che aveva posto la trasversalità sociale e culturale a proprio fondamento. 
Guido Beltramini

 

 

gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it