La spunta blu

Lettera di un liceale sulla scuola che non c'è

Hal 9000, il calcolatore protagonista del film "2001: Odissea nello spazio" di Stanley Kubrick
Hal 9000, il calcolatore protagonista del film "2001: Odissea nello spazio" di Stanley Kubrick

Oggi voglio partire da qui, dalla lettera di Pierpaolo, studente del liceo Pigafetta. L’abbiamo pubblicata, su autorizzazione della madre, anche sul giornale in edicola. La riprendo perché racconta bene uno stato d’animo e perché dice qualcosa che ci tocca tutti.
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Al governatore del Veneto Luca Zaia
25, 75, 60, 50, 0 ed ancora 7, 11, 31. No, non sono i numeri del tabellone della Tombola e neppure quelli dell’estrazione del Lotto ma le percentuali di rientro ed i possibili giorni a cui, ogni volta, è appesa la nostra speranza di tornare ad un briciolo di normalità, almeno a scuola. Sono uno studente del primo anno del Liceo Classico Pigafetta di Vicenza e non riesco a restare in silenzio dopo questa ennesima illusione. Aspettavo con ansia che arrivasse il giorno 7 gennaio per tornare a scuola, quella scuola che ancora non riesco a sentire mia per non averla vissuta se non per pochi giorni ed in spazi ben delimitati, per incrociare lo sguardo complice della signora Lucia all’ingresso, per risentire dal vivo le voci dei miei compagni di classe e dei miei professori, per cogliere quel bagliore nei loro occhi che il monitor del pc non riesce a mostrare. Quando il 2 gennaio è uscita la circolare del dirigente con le indicazioni per il rientro ed il calendario dei giorni in presenza, ho pensato “ecco finalmente è fatta, ormai è scritto, non potranno tornare indietro!”. Ma la gioia è svanita in pochi istanti perché è bastato seguire il notiziario per apprendere che Lei governatore aveva ben altro in mente per la scuola.
So bene che dal 21 febbraio del 2020 le vite di tutti sono state stravolte e capisco che il diritto alla salute debba essere tutelato al di sopra di ogni altra cosa. Immagino quanti e quali responsabilità si senta addosso un politico, un amministratore nel decidere le sorti del proprio territorio e so per certo che ogni scelta è ben ponderata. Forse, però, non ci si è interrogati abbastanza sulle conseguenze che questo allontanamento forzato e prolungato dalle aule scolastiche stia provocando in noi. Forse non si riesce ad immaginare cosa si prova a stare tutto il giorno nella propria stanza e dodici ore davanti ad un pc tra lezioni, studio ed anche allenamento virtuale. Forse nessun adulto riesce ad immaginare il senso di vuoto, di tristezza, di disorientamento che si prova ad essere interrogati davanti ad un freddo computer o a fare una versione nella solitudine della propria stanza.
Ogni volta che mi vengono in mente i racconti dei miei genitori sui loro trascorsi a scuola, sento formarsi un nodo alla gola perché io, caro governatore, questi cinque anni di scuola superiore avrei voluto viverli intensamente e non perdermi nessun attimo, nessun particolare, nessuna sfaccettatura.
Eppure il primo quadrimestre si è concluso e la sua ordinanza non lascia spazio a nessuna possibilità di rientro; fino al 31 gennaio si continua con la Didattica a Distanza o Didattica Digitale Integrata, veda lei come preferisce chiamarla perché nella sostanza non cambia nulla. Lo sforzo dei mie docenti è immane e la loro vicinanza è tangibile. Ma ciò non basta, non è sufficiente a colmare il vuoto della normalità.
E cosa succederà se il 31 gennaio la curva dei contagi non sarà calata abbastanza e l’indice RT non sarà sceso al di sotto del livello necessario? Semplice, non si tornerà sui banchi di scuola e si continuerà ad utilizzare la Didattica a Distanza come panacea di tutti i mali.
Lei mi insegna, però, che i problemi non si affrontano scegliendo la strada più semplice ma lavorando per il benessere della collettività, anche del mio e di tutti gli studenti delle scuole superiori.
Fin dal primo giorno di restrizioni, dal febbraio dello scorso anno, sono stato ben lieto di contribuire, con le mie rinunce ed il mio comportamento, alla causa comune. Mi sentivo come un soldato al fronte, pronto ad immolarmi per sconfiggere il virus e salvare quante più vite possibili. Ed anche durante le vacanze di Natale, ho rinunciato ad abbracciare i miei nonni per tutelare loro e tutte le fasce più deboli. Ora, però, sono io che ho bisogno delle Istituzioni, dandomi quell’ossigeno che oggi mi sento mancare, quel farmaco di cui ho necessità estrema: che mi permettano di tornare a scuola.
Pierpaolo Capristo
Classe 1BC, Liceo Classico Pigafetta, Vicenza
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Se chiudo gli occhi e penso ai miei anni al liceo Pigafetta vedo le colonne del chiostro. Sono state la prima e l’ultima immagine di quel viaggio. È un’immagine solida di un mondo solido fatto di dizionari, di grammatiche e di tavole degli elementi, di fogli protocollo, zaini Invicta e macchine del caffè, del suono della campanella e del gesso sulla lavagna, del silenzio in classe prima che il prof interrogasse, di sospiri per i pericoli scampati, di altri sospiri per errori da matita blu, di sospiri, ancora, pure quelli, per uno sguardo rubato a quella del primo banco, la più carina, la più cretina, cretino tu. Anche in uesti anni Venti la scuola è uno spazio solido, di corpi che si attraggono e respingono, come gli atomi nelle reazioni a catena. La scuola è una disciplina di contatto, qui e ora. Non riesco a rassegnarmi all’idea che dopo dieci mesi di pandemia, non disponiamo di un’indagine epidemiologica che dimostri con numeri incontrovertibili il reale indice di rischio delle scuole. Ancora non mi è capitato di imbattermi in uno studio scientifico che supporti la scelta di chiudere le scuole superiori. E finché non lo vedrò mi resterà la sensazione che non si sia davvero fatto tutto quello che si sarebbe potuto fare per difendere con le unghie e con i denti il diritto a un’istruzione in presenza. Nessun’altra attività ha subito un lockdown così lungo come le scuole superiori e gli atenei. Il prezzo da pagare sarà altissimo e lo pagheremo tutti, perché quello che stiamo chiudendo a chiave è il nostro futuro, non solo il presente dei nostri ragazzi. Ecco perché questa lettera parla di qualcosa che tocca tutti, non solo i ragazzi rinchiusi nelle loro stanze davanti a un computer. Non sono mai stato iscritto al coro che in primavera intonava dai balconi il salmo “andrà tutto bene”, però credo anche che questa prova di resilienza plasmerà la classe dirigente del futuro. A differenza dei loro genitori, molti dei quali sono affetti da una sindrome da eterna adolescenza anche a quaranta o cinquant’anni, credo che i ragazzi della pandemia siano entrati rapidamente nel mondo dei grandi, che siano stati investiti di responsabilità da adulti mentre ancora sono poco più che bambini. Qualcuno si perderà, qualcuno si adagerà sull’alibi del virus, ma per molti la realtà accelerata di questo incubo planetario è un allenamento alla vita: chi saprà convertire le tossine della didattica a distanza in endorfine, uscirà per primo dai blocchi quando inizierà la gara per costruire il mondo d.c., dopo il covid.
gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it