La spunta blu

La scuola è a scuola

Una scena dal film "L'attimo fuggente"
Una scena dal film "L'attimo fuggente"

“E ti vengo a cercare, perché sto bene con te, perché ho bisogno della tua presenza” (Franco Battiato)
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Inizio con una storia. L’ha raccontata Jonathan Safran Foer nel prologo di un libro che in italiano ha un titolo bellissimo: Se niente importa. È il racconto di un dialogo con la nonna, di come sopravvisse all’Olocausto. Quando venne liberata dal campo di concentramento vagò in cerca di aiuto trascinandosi nel gelo di pianure sconfinate: «Il peggio - dice al nipote - arrivò verso la fine. Moltissime persone morirono proprio alla fine, e io non sapevo se avrei resistito un altro giorno. Un contadino, un russo, Dio lo benedica, vide in che stato ero, entrò in casa e ne uscì con un pezzo di carne per me». «Ti salvò la vita», osserva il nipote. «Non lo mangiai Era maiale. Non ero disposta a mangiare maiale». «Perché? Perché non era kosher?». «Certo». «Ma neppure per salvarti la vita?». «Se niente importa, non c’è niente da salvare».
Me la sono tatuata dentro, questa risposta. Mi sforzo di pensarci ogni volta che le cose girano male, ogni volta che mi sembra di subire un’ingiustizia, ogni volta che affiora la tentazione di cedere al vittimismo per dare sfogo a frustrazioni, rabbia, delusioni che si sono stratificate. Spesso abbiamo descritto la pandemia come una guerra e il virus come un nemico da sconfiggere: lo abbiamo fatto soprattutto noi giornalisti, con poca fantasia, va detto. Dentro questa partita sono saltati molti schemi, come dicono i telecronisti sportivi: abbiamo rimescolato diritti e doveri, libertà e divieti, stili e modi di vita. E però, un anno dopo l’esplosione dell’emergenza, mi sarei aspettato di ritrovare sotto la polvere delle battaglie che stiamo combattendo almeno lo scheletro delle nostre piramidi di valori. Se esistono ancora. Più i valori sono alti, più le fortificazioni erette a difesa dovrebbero essere robuste, più dovremmo dedicare tempo, energie e soldi perché resistano agli assalti. E allora la domanda è: cosa stiamo difendendo con le unghie e con i denti? Tra le molte, possibili risposte, ne scelgo una: non stiamo difendendo il nostro futuro, non stiamo difendendo la scuola. Le nuove ondate di chiusure con il ritorno alla didattica a distanza anche in Veneto, anche nel Vicentino, vengono decise senza troppe spiegazioni in base a un nuovo automatismo proprio mentre stiamo vaccinando gli insegnanti. Mi impressiona il silenzio intorno a decisioni che  stanno scivolando come sabbia tra le dita: in una rassegnata indifferenza. E in questo stato di rassegnata indifferenza sembra che sia normale che gli studenti non possano andare a scuola, ma possano andare a fare shopping oppure possano partecipare a una gara di corsa sui colli. Sono anch’io un runner, correre è la prima cosa bella a cui mi dedico quando mi sveglio alla mattina, però da un anno corro da solo, cercando itinerari poco frequentati: non mi iscriverei a una competizione con altri 1.500 atleti, per prudenza verso me stesso e verso gli altri, e per rispetto verso chi sta soffrendo per salute o per lavoro. Non mi serve che me lo prescriva un decreto: lo so da me. Anch’io come molti soffro per la chiusura dei musei o dei teatri, ma non ci andrei, né al museo né al teatro, mentre le scuole sono chiuse. Credo che ci sia una grammatica sociale che dobbiamo sforzarci di rispettare, anche in un tempo di guerra e di emergenza, anche se siamo stanchi e non ne possiamo più. Come la lingua italiana prescrive soggetto, verbo e complemento per essere compresa, così la nostra piramide dei valori dovrebbe dirci che prima dello shopping, prima delle corse sui colli, prima del museo e del teatro viene la scuola. Che parola che è scuola. Non ce ne sono molte altre che indichino sia il contenitore che il contenuto: scuola è l’istituzione, è l’attività, è l’insieme dei maestri e degli allievi, è l’edificio. Sempre la stessa parola: la scuola è a scuola, non è in una camera da letto. Come canta Franco Battiato: "E ti vengo a cercare, anche solo per vederti o parlare, perché ho bisogno della tua presenza, per capire meglio la mia essenza". Presenza, essenza. Non sono un virologo, non so nulla di vaccini o di trasmissione dei virus, non saprei dire cosa è più pericoloso o più sicuro. Però qualcosa mi dice che in questi 12 mesi non abbiamo fatto tutto quello che avremmo potuto: intorno alla scuola avremmo dovuto e ancora dovremmo alzare le difese più robuste di cui siamo capaci, quelle che alzeremmo per difendere le cose più preziose, per le quali siamo pronti a batterci con i denti e con le unghie. La scuola dovrebbe essere l'ultima a chiudere, non la prima. E invece. Dopo un anno di guerra, di questo mi piacerebbe che ci occupassimo: del nostro futuro. Perché se niente importa, come diceva la nonna al nipote, allora non c’è niente da salvare.

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Tra le molte lettere che mi sono arrivate, scelgo questa: l'autore racconta un po' di cose dalla sua prospettiva di padre e di medico in un momento in cui la scuola è chiusa, ma là fuori non sembra proprio di essere in zona rossa. Sfiora anche alcuni temi delicati e intimi: per questa ragione abbiamo concordato, io e lui, di pubblicare il testo senza nome. Ma credo non perda un grammo del suo valore. La lettera è questa.

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Grazie per il suo articolo che incarna tutti i valori per cui dovremmo batterci prima di ogni altra cosa! Tra questi la scuola. Grazie perché non ha avvallato l'onda della comune incuranza verso il sapere, verso la cultura, verso l'unica medicina universale che ci può salvare. Sono un medico impegnato da un anno in area covid e che contemporaneamente ha tenuto aperto il proprio ambulatorio per non fare mancare il proprio servizio agli altri pazienti. Sono anche e soprattutto un papà  di un'adolescente ricaduta, a causa di ciò che ha descritto e nonostante un ottimo clima familiare in problematiche psicologiche importanti; papà anche di una universitaria che sta rinunciando agli anni più belli della vita, a due scambi culturali all'estero conquistati con il merito e tornata ad una vita quasi normale per aver vinto un concorso pubblico che le permette di non vivere in simbiosi con il PC. Sono arrabbiato per il mio vano sacrificio, per rischiare la vita e vedere che ogni giorno non si impara nulla da quello precedente e perché chi ha dei valori veri deve cedere il passo a coloro i cui primi valori sono lo shopping e lo spritz; per i quali i centri commerciali e luoghi della movida sono centri di culto irrinunciabili. Sono arrabbiato perché impegno tutto me stesso per essere un buon padre, un medico di trincea con l'unico scopo di prendersi cura del paziente, un uomo onesto ed un cittadino ligio alle regole...a tutte! anche a quelle che non sono a me favorevoli perché il bene collettivo viene prima di quello privato!!! Chi dirige e chi  governa invece prende decisioni che nascono da politiche colluse ed il cui primo obiettivo non è il bene comune... Se fosse stato altrimenti avremmo scuole aperte ed ospedali in grado di curare sia pazienti covid che no, sempre ed in ogni caso! Mi piacerebbe che nascesse un'onda civile e pacifica ma altrettanto risoluta a non tacere e decisa a porre ogni attore di questa lunga storia di fronte alle proprie responsabilità!

 

gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it