La spunta blu

La fine della politica in streaming

Totò in una scena del film "Gli onorevoli"
Totò in una scena del film "Gli onorevoli"

«Non succede niente. Nessuno viene, nessuno va. È terribile». (Samuel Beckett, “Aspettando Godot”)


“Possibili scenari”. Sono giorni che si legge questo titolo nelle road map della crisi di governo raccontate dai giornali. È un modo per tentare di rispondere alla domanda: e adesso? Un po’ dipende dal fatto che nessuno ci sta capendo molto, ma molto dipende da un’insolita afasia, un’incapacità di comunicare davvero anacronistica, disallineata con i tempi di Facebook e Twitter, qualcosa che sembra arrivare dal paleolitico della politica, dai riti compassati della prima repubblica. Sulla scena si agitano solo i due protagonisti, Conte e Renzi, come fossero uno l’Estragon e l’altro il Vladimir di Aspettando Godot. Dicono molte cose, ne fanno molte meno. Si sfidano a colpi di ultimatum, che rapidamente diventano penultimatum e poi terzultimatum, fino a perdere il conto delle condizioni e dei diktat. Intorno il silenzio. Tacciono i Cinque stelle, tace il Partito democratico, tacciono persino Salvini e Meloni. Un coro muto davanti a uno psicodramma nazionale. L’azione, quella vera, avviene dietro le quinte, nelle segrete stanze, come si sarebbe detto un tempo. Pontieri, ambasciatori, consoli e proconsoli, pretoriani e ufficiali di collegamento: per qualche giorno hanno deposto gli smartphone come si consegnano le armi prima di sedersi al tavolo per trattare un armistizio. Nessuno cinguetta, nessuno posta: chi lo fa siede nelle retrovie, conta poco o nulla. Sarebbe normale, persino salutare. Eppure c’è qualcosa che non torna. Non torna, ad esempio, l’omologazione dei Cinque stelle. Che fine hanno fatto gli apriscatole? Che fine ha fatto la democrazia diretta? Che fine hanno fatto le dirette streaming? Sette anni fa, più o meno di questi tempi, andava in scena l’incontro-duello tra Renzi e Grillo. Una videocamera fissa inquadrava un tavolo e le due delegazioni riprese di profilo: a sinistra il Pd, a destra i pentastellati. Roba da televisione sperimentale, oltre le incursioni sincopate di Enrico Ghezzi, oltre Blob. «Esci da questo blog», fu il tormentone intonato da Renzi, che da segretario Pd copiò il format delle dirette streaming proprio dai Cinque stelle e le impose a ogni assemblea dem. Da tempo zero dirette, zero sondaggi per chiedere al popolo grillo con chi vorrebbe allearsi e cosa vorrebbe nel Recovery plan: adieu Rousseau. Vorremmo andare al Var, come gli arbitri, per decidere se il governo cade per un fallo o per una simulazione, ma sono tutti scappati dietro le quinte, con buona pace dei programmi elettorali all'insegna della trasparenza e condivisione. Quello che non torna in questa crisi più o meno recitata è proprio questo: mentre tutto il mondo a causa della pandemia è attaccato alle piattaforme streaming per poter continuare a lavorare o studiare, la politica italiana si disconnette, spegne i microfoni, oscura le videocamere. Si ritira nel mondo analogico, nel mondo della prima repubblica, fa parlare i silenzi come se fossero ancora in circolazione dorotei e morotei. Così, mentre tutti si chiedono se sia giusto o meno imbavagliare Trump, i politici italiani si imbavagliano da soli. Sembra quasi che durante le feste abbiano tutti deciso di leggere il Tractatus di Wittgenstein: su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere. Se tutto questo vi sta in qualche modo inquietando, come diceva quel tale, #statesereni: non durerà molto, tempo poche ore e quando si capirà da quale porta si esce dalla crisi, ripartirà la consueta caciara. Quando udirete la formula magica “serve un nuovo patto di legislatura”, quello sarà il segnale “tana libera tutti”.
gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it