La spunta blu

L'ora d'aria

La copertina di "Abbey Road" dei Beatles
La copertina di "Abbey Road" dei Beatles

«Ogni scarpa una camminata, ogni camminata una diversa concezione del mondo». (dal film “Bianca”)
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La ciclabile di Sant’Antonino non è mai stata così affollata. Una processione più o meno lenta va e viene tra Vicenza e Caldogno. A piedi. Sembrano i tempi dell’austerity. Dall’altra parte della strada i caterpillar scavano stagni, spianano colline, grattano i solchi dei sentieri del futuro parco della Pace. Il mondo sembra fermo, eppur si muove. Da Natale non c’è molto altro da fare, a parte lavorare, fare la spesa e tagliarsi i capelli. Camminiamo, non abbiamo mai camminato tanto. È la nostra ora d’aria. Contiamo i passi, come il personaggio di Vitaliano Trevisan, lo facciamo per tenere la vita davanti e la malattia, la solitudine, la paura alle nostre spalle: mille passi da casa al fornaio, settecento fino all’edicola, cinquecento per arrivare in farmacia. Il quadrilatero del nostro orizzonte. «Dicono che cambieremo colore», non si sente altro mentre stiamo in fila per un vassoio di crostoli. Giallo speranza, dunque. Da tre settimane siamo arancioni: meglio degli arresti domiciliari delle feste in zona rossa, però è stato un gennaio di libertà vigilata, con il braccialetto elettronico per non varcare i confini comunali, salvo eccezioni. Voglia di colazioni al bar, di neve, di mare d’inverno, voglia di cose diverse, di libertà. Quand’è stata l’ultima volta che abbiamo preso l’autostrada? Il contachilometri va a singhiozzo, ma il contapassi macina ogni giorno i suoi numeri, granelli di spazio e di tempo. Forse domenica saremo gialli, oggi ancora no e allora camminiamo, altro non si può fare, o non si dovrebbe. Non tutti camminano nello stesso modo. I “professionisti” li riconosci dalle scarpe: sono quelle dei runner, elastiche, comode, slanciano il piede, si accompagnano ad abbigliamento tecnico, spesso alle racchette da nordic walking, sempre allo scaldacollo, spesso agli occhiali da sole come se fossero a duemila metri. Gli “improvvisati” escono con scarpe di cuoio su tute di cotone o con vecchie New Balance su jeans informi con l’orlo rifatto dalla sarta sotto casa, si avvolgono in tre giri di sciarpa e si infilano berretti verdi da cacciatore di quaglie con la visiera e il paraorecchie. Ogni scarpa una camminata, ogni camminata una diversa concezione del mondo. I professionisti hanno mete da raggiungere, tabelle d marcia, tempi da rispettare. Gli improvvisati, come i flaneur di Baudelaire, vanno a zonzo, girovagano, si perdono in nebulose di pensieri e ricordi. Camminiamo che fa bene, allora, camminiamo perché la palestra è chiusa, il calcetto vietato come lo spinning, camminiamo per interrompere il flusso dello smart working, quando non ne possiamo più di Zoom e Whatsapp o di Sky e Netflix, per l’illusione di bruciare grassi e calorie, per riempire i vuoti di giorni che si assomigliano tutti, per spezzare il filo della noia. Come i Beatles sulle strisce pedonali di Abbey Road. Ricorderemo questo gennaio arancione per le nostre lunghe passeggiate su gomitoli di strade, marciapiedi, argini, ciclabili tirando il nostro filo di Arianna e tendendolo fino ai confini del comune più vicino, per poi tornare indietro, tornare a casa, contando i passi, cento, mille, diecimila passi, tenendo la vita davanti e la paura sempre un passo dietro.
gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it