La spunta blu

L'odore del cloro

David Hockney, "Swimming pool"
David Hockney, "Swimming pool"

“Ho attraversato giorni da diluvio universale. Ora so scivolare sull'acqua, è una questione orizzontale” (Cristina Donà, Triathlon)

Siamo in piedi, più o meno distanziati, mascherati. E guardiamo tutti nella stessa direzione, ipnotizzati dal sonno e dal freddo. Qui, lungo questo sentiero in tramontana sotto le mura, tra edera e siepi di alloro, ogni respiro ci si ghiaccia dentro le mascherine. Sono le sette e mezza, il cielo sopra Verona si sta rigando di una luce metallica. La botta arriva all'improvviso, a tradimento. Dalla vetrata della piscina che stiamo fissando da un quarto d'ora si schiude una porta. Tutto accade in pochi attimi, giusto il tempo per farci arrivare quell'inconfondibile odore: l'odore del cloro. Mi piace l'odore del cloro al mattino. Ha il potere della madeleine di Proust, è un biglietto per viaggi intergalattici a ritroso nel tempo, chiudo gli occhi e mi ritrovo bambino. In quell'esatto istante l'acqua della vasca esplode in milioni di spruzzi: decine di ragazzine si stanno tuffando una dopo l'altra in una vorticosa danza di braccia, gambe, occhialini, cuffie e costumi. La cavalcata delle Valchirie, il riscaldamento prima della gara. E “gara” è la nuova parola da trascrivere nel dizionario delle parole smarrite, quelle che in questi mesi di vite interrotte non pronunciamo più, come se le avessimo chiuse dentro un armadio. È domenica, giorno di gare e oggi soffio su questa parola per toglierle la polvere depositata in questo tempo di libertà sospese. Perché oggi ho fatto una cosa divertente (?) che non facevo da un anno. Ho accompagnato mia figlia a una gara di nuoto. L'ultima volta era stato a febbraio. Una vita fa. Mi sentivo arrugginito, così prima di addormentarmi ho ripassato il piano, come se avessimo dovuto assaltare una banca: ho compilato l'autocertificazione nel caso ci avessero fermati per un controllo, ho riempito uno zaino di berretti, guanti e sciarpe, ho preso due mascherine in più, che non si sa mai. Poi ho puntato la sveglia sulle cinque e mezza. Ho calcolato i tempi almeno una dozzina di volte e ogni volta mi sono chiesto: ma è legale? Siamo sicuri che sia legale uscire di casa prima dell'alba? Il mio primo atto da presidente del consiglio sarebbe un decreto con un'unica raccomandazione: svegliatevi senza fretta. Facciamo colazione tenendoci la testa con una mano. Poi, quando ci sembra che tutto sia in ordine, ci guardiamo: i suoi occhi sono carboni ardenti, i miei due bottoni di un maglione stropicciato come la mia faccia. “Andiamo?”, “Sì”. Per strada raccogliamo le nostre complici, due sue compagne di squadra. Cerco una playlist che sciolga le ultime tossine del sonno e ci proietti a destinazone tra strade deserte e semafori pulsanti nel nulla di questa domenica mattina: “Feeling Good”, Nina Simone, sarà la nostra colonna sonora. Mentre andiamo le poche parole che si scambiano hanno tutte a che fare con distanze da percorrere e tempi da rispettare. Il nuoto è una scienza esatta. Non ci sono alibi, non c'è la sfortuna, non ci sono gli altri come nel calcio, un gioco fatto di linee curve, di traiettorie oblique, di errori e di sfiga: il nuoto non è un gioco, nel nuoto ci sei tu e nessun altro, con i tuoi muscoli e il tuo fiato, i gesti imparati a memoria, la fatica accumulata in milioni di virate e bracciate. Con il nuoto non si scherza: è l'unico sport che ti salva la vita e può fartela salvare agli altri. Ma soprattutto il nuoto è un sistema numerico venticinquesimale: l'unità di misura non è il metro, ma la vasca, che quasi sempre misura 25 metri, più raramente cinquanta. Così ogni prestazione è calcolata sulla base delle vasche: ne servono quattro per nuotare cento metri, otto per i duecento, trentadue per gli ottocento, la distanza più temuta da coprire oggi. In tre quarti d'ora atterriamo nel centro federale intitolato ad Alberto Castagnetti, il talent scout di Federica Pellegrini: in questa brigata di nuotatrici non ce n'è una che non abbia la foto della Fede nazionale incollata su una pagina di diario o su una parete in camera da letto. Entrano solo atlete e allenatori, fuori tutti gli altri. Gli altri siamo noi: genitori-accompagnatori-tassisti-spettatori-portaborse-motivatori-consolatori-asciugacapelli-asciugalacrime. Finché aspettiamo, mi sfilo le muffole di Bernie Sanders e provo a prendere qualche appunto. “Cosa ti segni? I tempi?”, mi sento chiedere. È Nicola, detto Traparentesi, non so nemmeno in quale parte del Veneto viva, ci siamo conosciuti una volta in cui faceva la telecronaca delle gare con il tono di Nando Martellini per raccontare le gesta delle nipoti ai nonni collegati via iPad. Non ricordo da quanto non lo vedevo. “Da un anno”, va sicuro lui. Da un anno, sì: tutto ormai sembra compiere un anno, perché è il virus a compiere un anno. “No, sto prendendo qualche appunto per un articolo”. Questo articolo. “Tra parentesi - va avanti lui - e dove sta la notizia?”. “Essere qui è già una notizia. E poi c'è da raccontare tutto questo. Non trovi anche tu che sia surreale? Noi qui fuori vestiti come alpinisti guardiamo attraverso un vetro loro là dentro in costume avvolte in una bolla di umidità e temperature tropicali. Non credo ci siano molte altre situazioni come questa, tu che dici?”. “Dico che, tra parentesi, se arriva la polizia non sarà facile giustificare questi adulti appostati dietro una siepe intenti a spiare ragazzine seminude mentre fanno il bagno”. Ah. Non ci avevo pensato. Ridiamo dentro le mascherine, sembra un modo per tenerci caldi. Siamo solo una piccola pattuglia del caravanserraglio di un tempo, ma siamo comunque un campione rappresentativo del catalogo umano di genitori quarantenni che assistono alle gare dei figli. C'è il “Cronotachigrafo”, lo riconoscete perché la piscina sembra nemmeno guardarla, tiene gli occhi fissi su due telefoni impugnati come pistole: e registra tutti i tempi, li confronta, sottrae e divide, poi moltiplica e infine stila classifiche, attribuisce record, dà le pagelle, conosce il personal best dei figli suoi e di quelli degli altri. Se siete un “Sentimentale” vivrete un perpetuo complesso di inferiorità accanto al cronotachigrafo, perché non solo non sapreste dire quanto impiega vostra figlia a nuotare 50 metri a rana, ma non avete nemmeno idea di quale sia la sua batteria. Per voi sentimentali conta il momento, dentro il quale vi squagliate in un mare di ricordi struggenti che vi riportano a quando ve la misero tra le braccia la notte in cui venne al mondo. I sentimentali li riconoscete perché dopo lo start li vedrete cercare un fazzoletto per asciugarsi gli occhi in un pozzo di lacrime. C'è poi l'”Esagitato”, che urla “Kevin”, il nome del figlio, con il trasporto di Galeazzi con gli Abbagnale, perdendo fiato e voce fino all'ultima bracciata. Voi penserete che sia il padre del prossimo campione olimpico, per poi scoprire che quel tifo da stadio era destinato a un onorevole quarantacinquesimo piazzamento, quello di Kevin, suo figlio. Più numerosi di quel che sospettate sono gli “Impazienti”, che fanno irruzione con l'ansia del camperista: arrivare presto per parcheggiare in prima fila, sedersi al centro degli spalti, andarsene subito per evitare il traffico. Quando il figlio completa l'ultima prova, da lontano l'Impaziente gli fa un rapido cenno di approvazione, tipo pollice alzato, e poi gli ordina di andare a farsi la doccia. La cosa peggiore che gli possa capitare è che il figlio conquisti il podio. Questo significa che dovrà attendere la cerimonia delle premiazioni. Vi accorgerete di trovarvi accanto a un “impaziente” perché a quel punto lo sentirete masticare frasi del tipo: “Ecchecazzo, pure la medaglia”. Non manca mai nemmeno il “Tribuno”, quello che converte la noia nel suo personale palco per comizi. E ci prova subito con la politica, buttando lì un po' di cose sulla crisi di governo. Sondaggio spannometrico: qui dicono tutti che non gliene frega niente, certo se dovessero scegliere meglio andare a votare, ma anche no. Il comizio si sgonfia quando da qualche parte si sente esplodere uno starnuto. Panico come nemmeno un colpo di arma da fuoco. E così si finisce a parlare di virus e di restrizioni: “Prima sono andato a prendere un caffè – dice il Tribuno – c'era più spazio nel bar che sul marciapiede, ma eravamo tutti assembrati fuori perché dentro non si poteva stare. Che Paese meraviglioso”. Oltre il vetro, però, le cose vanno avanti. Vedo mia figlia sfilarsi l'accappatoio e dirigersi verso i blocchi. “La tua parte in seconda corsia”, mi avverte il Cronotachigrafo, indicandomi il punto migliore per vederla. Fuori siamo schierati come loro dentro: otto genitori allineati in corrispondenza delle corsie delle figlie. Sento l'adrenalina fluttuare nel sangue, fletto i dorsali come se dovessi tuffarmi pure io. Ed è a quel punto, mentre il giudice sta per dare il via, che qualcuno da qualche parte apre per un istante la porta della vetrata. Basta un attimo. La zaffata arriva come uno schiaffo. Cloro, la mia madeleine. Questa volta, però, non mi riporta indietro nel tempo fino a quando ero bambino. Questa volta mi riporta a un anno fa, quando tutto questo si è interrotto, quando le nostre esistenze sono cambiate, stravolte, ridisegnate. Mia figlia piega le gambe, allunga le braccia, si tende come la corda di un arco, poi si lascia andare, si stacca dal blocco, sembra volare verso l'acqua, ci entra leggera, sparisce rapita dentro la pancia della vasca-balena, per poi riemergere, sputata fuori dalle prime bracciate. Ora scivola sulla superficie, è una questione orizzontale, è matematica, il nuoto è una scienza esatta. Mentre lei va e va e va, io penso che è un anno che non la vedevo nuotare in gara. Un anno, una vita. In questa tempesta ci è entrata bambina, ne uscirà ragazza. Ed è più forte di me: senza che possa farci nulla gli occhiali mi si appannano e piango. Le lacrime mi bagnano la mascherina. “Il cloro mi fa questo effetto”, butto lì invocando le attenuanti generiche. Ma gli altri l'hanno capito che non potevo essere un tribuno, o un esagitato, men che meno un impaziente: va bene, lo confesso, sì, tra parentesi, sono un sentimentale.

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