La spunta blu

Il club degli europeisti anonimi

René Magritte, "Golconda"
René Magritte, "Golconda"

«Lo sapevi che il camaleonte ha il colore del camaleonte solo quando si posa su un altro camaleonte?». (Dylan Dog)
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Ci siamo, eccoci. Siamo in quella fase lì, la fase in cui qualcuno spegne la musica e smettiamo di ballare: per qualche istante barcolliamo rintronati, poi capiamo che è entrato in classe il professore e ci mettiamo sull’attenti. Come accade con i passaggi delle comete, anche questa particolare fase politica, in cui gli italiani eccellono a livello planetario, si manifesta ad intervalli regolari, decennali (o ventennali, qualora la faccenda sia particolarmente seria). Senza preavviso, questi sono i momenti in cui un intero popolo viene risucchiato dentro una centrifuga di tic antropologici, perde la memoria lunga e breve, cambia opinione, rinnega il passato, abiura a ogni più radicato convincimento politico e filosofico, comprende che è l’ora di immergersi in un bagno di umiltà, si predispone a ogni forma di punizione, si fa umiliare, confessa ogni peccato, ammette che sì, è vero, se la classe politica è quella è che non è colpa della classe politica, ma di chi l’ha votata. Ma soprattutto, questo popolo smemorato, con giubilo, salamelecchi e bacio della pantofola, tra molti “ooooh” di meraviglia spellandosi le mani per gli applausi e le ginocchia per gli inchini, saluta il salvatore di turno, il nuovo demiurgo, l’eletto, il re taumaturgo. Sta accadendo anche con l’assunzione nel paradiso delle stanze dei bottoni e delle cabine di regia di Mario Draghi, figura ormai mistica entrata dal portone principale della politica italiana con le stimmate del predestinato. Avviene da sempre, non è una novità, dai premier ai commissari tecnici delle nazionali, più il soggetto è misterioso e più l’agiografia raggiunge quote vertiginose di ispirazione. Accade così che persino Flavio Briatore ceselli un post per ridicolizzare l’ex enfant prodige Giggino Di Maio: «Le consultazioni di Draghi con il bibitaro? Come Michelangelo che consulta quello che fa le strisce pedonali». Questa volta, però, l’improvvisa mutazione genetica italica sta andando oltre i pur elevati standard italiani: questa legislatura era partita con la defenestrazione dei sapienti, delle élite, dei professoroni, dell’equazione “uno vale uno”. Ma soprattutto si era scatenata la più vasta battuta di caccia alle streghe europeiste, tutti agitavano lo spettro dell’euro come origine dei nostri mali, si parlava di Francia e Germania come dell’asse del male, si studiavano sistemi indolori per uscire dall’eurozona, si inneggiava alla Brexit, a Trump e a Putin, tutti si professavano sovranisti, si invocava il ripristino delle frontiere, si sventolavano tricolori per marcare i confini, si intonavano salmi responsoriali per curare la nostalgia del vecchio conio, Silvia rimembri ancora quando la bella lira splendea. Tutto questo non accadeva nel secolo scorso, ma giusto tre anni fa. Alle europee del 2019 l’Italia, il Veneto e Vicenza in particolare hanno toccato l’apice dell’euroscetticismo, con percentuali da maggioranza assoluta, roba da prendersi Camera, Senato e Quirinale. Sono passati venti mesi. Ehi, raga, quel Mario lì che tutti osannate come l’unico capace di tirarci fuori dalla palude non è un mago, non è uno che vale come tutti gli altri, è uno che ha studiato, è uno che ne sa, un professorone, quello lì è il tizio che ha salvato l’euro e l’Europa, (ormai ex) nemici pubblici numeri uno dell’Italia patria dei populismi di destra e di sinistra: do you remember? Adesso che siamo tutti europeisti di stampo draghista, persino il paladino degli euroscettici, il leghista Bagnai, oppure il senatore “Pincopallo” Ciampolillo, chi europeista lo è sempre stato, anche in questi anni di invasioni barbariche, può finalmente uscire dalla clandestinità, può tornare a pronunciare le parole “Bruxelles” e “comunitario” alle riunioni di lavoro o agli aperitivi in piazza delle Erbe senza essere incaprettato e spedito al confino. E può sospendere la frequentazione del club degli europeisti anonimi, quelli in cui ci si presenta e si racconta la propria storia: ciao, io sono Gian Marco e sono dieci giorni che non consulto le ultime direttive pubblicate sulla Gazzetta europea. E proprio ora che può tornare a parlare di Europa alla luce del sole, fuori dalle cantine delle assemblee carbonare, proprio ora che si guarda intorno incredulo, sollevato dall’uscita di scena quasi contemporanea di Trump e Giuseppi, ecco che la sua moderata voce per augurare buon lavoro al prof. Draghi e a un governo finalmente a vocazione europeista verrà coperta e travolta dai cori da stadio che inneggiano all’Eurotower e alla quota zero nello spread, nuova mitologica impresa nazionalpopolare: Italia-Germania zero a zero, il risultato perfetto. Ora che siamo tutti europeisti della prima ora, mentre ripuliamo il nostro profilo social da ogni invettiva contro gli eurocrati, mentre appendiamo i poster di Ciampi e Merkel, mentre ripassiamo la differenza tra commissione e parlamento, mentre davanti allo specchio gorgheggiamo l’Inno alla gioia e ci esercitiamo a pronunciare “whatever it takes” calcando sulle “t” per non scivolare sui dittonghi, facciamocelo un bel selfie avvolti nella bandiera blu con le stelle in cerchio, così, a futura memoria, per quando ci andrà di traverso una qualsiasi delle riforme indispensabili, senza le quali non si può governare questo paese in crisi nera, una qualsiasi tra quelle che prima o poi Super Mario dovrà farci ingoiare. Guarderemo quella foto con un misto di tenerezza e vergogna e prima di farla sparire dal nostro profilo nuovamente e fieramente antieuropeista, costellato di meme contro i professoroni eurocrati e di slogan per votare sì al referendum sull’Italexit, arrossendo forse ci ricorderemo che c’è stato un tempo in cui anche noi, come tutti, eravamo diventati all’improvviso europeisti.
gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it