La spunta blu

Il caso "Dal Molin", 15 anni fa

Jasper Johns, "Tre bandiere"
Jasper Johns, "Tre bandiere"

“A quel tempo io ero un ragazzo che giocava a ramino e fischiava alle donne, credulone e romantico con due baffi da uomo, se avessi potuto scegliere tra la vita e la morte, avrei scelto l'America” (Francesco De Gregori, “Bufalo Bill”)

Era di maggio. L'anno, il 2006. L'Italia era precipitata nel pallone: Calciopoli stava per riscrivere la storia del calcio, nessuno avrebbe puntato un centesimo sulla vittoria degli Azzurri ai mondiali tedeschi. Eppure: Grosso, Lippi, Materazzi, Zidane, po-po-po-po, chi l'avrebbe mai detto? Nessuno avrebbe detto nemmeno che Vicenza di lì a poche settimane sarebbe diventata parola ricorrente nei titoli dei giornali e dei telegiornali, conficcata sul fianco del neonato governo Prodi II come una scheggia di granata. Quindici anni fa Vicenza e l'Italia venivano risucchiate nell'affaire Dal Molin, che come il buco nel terreno che schiude ad Alice il paese delle meraviglie, farà apparire ogni cosa dieci, cento, mille volte più grande. Del Dal Molin e di quella stagione irripetibile, nel bene e nel male, mi è tornato in mente leggendo un'Ansa di un paio di giorni fa. Titolo: “La Casa Bianca conferma: iniziato il ritiro delle truppe Usa dall'Afghanistan”. Finisce così la guerra dei vent'anni, iniziata dopo l'attacco alle Torri gemelle, come riposta al terrore. Non è esattamente il battito d'ali di una farfalla in Thailandia che si dice scateni un terremoto in Messico, però quella storia, la storia dell'Undici settembre e della caccia ai talebani passò per Vicenza quindici anni fa, nel maggio 2006, quando il Pentagono decise che andava raddoppiato l'avamposto della 173a brigata aviotrasportata: non era uno sfizio, serviva proprio a fare la guerra al terrore, da Kabul a Baghdad. All'epoca ero un redattore assunto da un paio d'anni che si occupava di “Bianca”: scrivevo le cronachette di palazzo Trissino, il mio pane erano delibere di giunta, mozioni consiliari, ordini del giorno, piani regolatori. Il sindaco era Enrico Hullweck, alla guida di una coalizione di centrodestra che si avviava come una bibita sgasata agli ultimi due anni di un viaggio politico iniziato otto anni prima. Non mi ero mai occupato di uniformi né di battaglioni: ero stato obiettore di coscienza, mai stato attratto nemmeno dal Risiko. Ma il mio è un lavoro che non viene a chiedere il permesso, così un pomeriggio di quell'indimenticabile maggio, mentre la Juventus precipitava in serie B come certi amori prematuramente sfioriti, mi ritrovai in mano un plico di 500 pagine timbrate con una parola da serie tv: “classified”, che nel gergo militare sta dalle parti di “top secret”, un documento che non va diffuso per nessuna ragione. Era il progetto della nuova caserma americana nell'area dell'aeroporto Dal Molin. Di un interessamento di Washington per quella superficie si chiacchierava da almeno tre anni: il giornale aveva dedicato numerosi servizi, che erano caduti sull'arena del dibattito pubblico come gocce d'acqua, senza lasciare il segno. Fantapolitica, più o meno: se ne occupavano i centri sociali, senza troppa convinzione, certo senza la determinazione con cui tre anni prima avevano tentato di fermare i convogli in partenza per l'Iraq. Ricordo di aver dovuto sudare sette camicie per strappare un po' di spazio sul giornale del giorno dopo: non per chissà quale forma di censura, semmai perché ci credevano in pochi, sembrava una cosa troppo grande per Vicenza, una cosa che sarebbe rimasta sulla carta di quei fogli con il timbro “classified”. Dopo una estenuante trattativa, arrivammo a un compromesso: il pezzo uscì, ma senza l'evidenza e lo spazio che avrebbe meritato con il senno di poi. E però quella notizia, con le foto del progetto, fu il sasso che mise in moto la slavina: i vicentini toccavano per la prima volta con mano l'esistenza di un progetto, dalla teoria stavamo passando rapidamente alla pratica. Il giorno stesso andò in scena in piazza dei Signori la prima pentolata per chiedere la verità: non erano solo i ragazzi di “Ya basta”, questa volta c'erano anche donne e uomini che non avevano mai fatto una manifestazione, estranei al mondo della politica, interessati esclusivamente alla terra in cui vivevano e lavoravano. Una settimana prima, come in un film di spie, due tizi con i Rayban scuri di Tom Cruise in Top Gun erano scesi da una monovolume nera nel parcheggio di un hotel a Vicenza est. Erano due militari americani, arrivavano dalla caserma Ederle, Nella sala congressi stava andando in scena un convegno sull'Alta velocità: da Roma sembrava avessero una dannata fretta, i soldi c'erano, andava sciolto il nodo-Vicenza, cosa aspettavano ancora da quelle parti? Anche questo un film già visto. Ma non era di Alta velocità che i due parà volevano parlare. In mano stringevano un foglio di carta: era il surreale parere negativo al progetto della caserma firmato da un anonimo funzionario comunale a cui nessuno aveva detto che c'era da esportare la democrazia dove di democrazia non volevano nemmeno sentir parlare e che quelle 500 pagine “classified” non erano la richiesta di autorizzazione per ampliare una veranda, ma una nuova caserma, la prima a essere costruita dopo mezzo secolo e l'ultima da allora, almeno in Europa. Andavano a chiedere conto a un assessore, il re delle rotatorie, il “signore degli anelli”, Claudio Cicero, che dalla partita del Dal Molin sperava di strappare un aerostazione e una tangenziale, cosa significasse quel “niet”. Cosa ne sapeva quel funzionario in maniche di camicia che l'Italia non avrebbe potuto dire di no, che ne sapeva che il passato a volte non passa e che avrebbe dovuto dire sì perché sì, perché l'Italia era stata liberata da quello stesso esercito che ora chiedeva spazio tra il Bacchiglione e le villette a schiera di quartieri residenziali come Laghetto, San Paolo e Rettorgole dove – aveva controllato e ricontrollato, quell'anonimo funzionario – il piano regolatore non prevedeva nessuna nuova caserma? Da subito vennero a galla tutte le contraddizioni di quella partita: la dimensione “micro” di Vicenza contro la portata “macro” di un'operazione che abbracciava America, Europa e Medio Oriente; l'equilibrio fragile di una piccola città d'arte contro la fredda e sorda ragion di Stato. Al netto degli eccessi inevitabili in quell'improvvisa tempesta, in quel maggio si apriva una stagione senza precedenti di dibattito e divisioni, ma anche di desiderio di conoscenza e di trasparenza, di alfabetizzazione su leggi e procedure, sul significato di libertà, democrazia, potere, sulla storia di questo paese, sui suoi debiti e i suoi lacci, su ambiente e cultura, su guerra e pace. La fine è nota: la caserma venne costruita in un batter d'ali di farfalla, mentre Vicenza attende ancora risarcimenti e compensazioni, con il parco della pace tutt'ora cantiere e la tangenziale nord rimasta sulla carta. Basta tentare di fare una foto al panorama da Monte Berico per misurare l'impatto della base Usa: non riuscirete a escluderla dall'inquadratura e vi apparirà vicina, molto vicina ai campanili, alle cupole e ai tetti del centro storico. Oppure basta passeggiare tra Sant'Antonino e Lobia, seguendo le curve del fiume tra campi di grano e prati punteggiati dal tarassaco in fiore: beffarde, vi accompagneranno strade chiamate con i nomi di aeroporti, che resistono anche ora che l'aeroporto è un pallido ricordo. Lentamente, ma inesorabilmente, il Dal Molin sembra scivolato lontano, non viene più evocato, rimosso anche nel nome: per metà si chiama caserma Del Din, per l'altra metà si chiamerà parco della pace. E ancora più lontano appare ora che Joe Biden ha sfilato persino la ragion d'essere di quel progetto, la sua origine, il momento da cui tutto è nato: la guerra in Afghanistan. In questi 15 anni è accaduta una cosa molto vicentina: quell'incendio che aveva innescato passioni, proteste, partecipazione, è stato spento, quindi coperto, infine rimosso, in un rassegnato silenzio che ha finito per avvolgere come una cortina di nebbia il progetto più lacerante e divisivo della storia di questa città. Se potesse accomodarsi sul lettino di uno psicanalista, Vicenza scoprirebbe di aver messo in atto il meccanismo che alimenta il subconscio di tutti noi poveri mortali che cerchiamo di scacciare pensieri e ricordi dolorosi o intollerabili: quel meccanismo si chiama rimozione. Questo è l'esito finale di un viaggio lungo 15 anni: la rimozione collettiva del caso “Dal Molin”.

gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it

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