La spunta blu

I ragazzi del parco: «Non chiamateci baby gang»

Banksy, "Flower Thrower"
Banksy, "Flower Thrower"

Incollo qui sotto una lettera scritta da alcuni studenti. Sono ragazzi che frequentano il giardino Salvi, finito al centro delle cronache per alcuni episodi di violenza e incuria. Dico subito che la lettera mi piace e mi emoziona, anche se rivolgendo una preghiera, non risparmia critiche al mio giornale. Mi piace perché, come in un film di Quentin Tarantino, mi mostra la stessa scena da un’angolatura diversa. Io a quell’età non ce l’avrei avuta l’audacia di scrivere a un giornale per dire che un titolo mi era sembrato troppo gridato: mi sarei fatto gli affari miei, sbagliando. E mi emoziona perché sono già meno ragazzi di quel che dicono di essere: si stanno occupando della città in cui vivono, vogliono far sentire la loro voce, dialogare, cercare soluzioni per non essere parte del problema. La lettera è questa, più sotto provo a dire qualche altra cosa.
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Durante l’ora di Educazione civica, la questione delle cosiddette “baby gang”, è emerso il punto di vista di alcuni di noi che sono stati testimoni dei fatti che hanno visto coinvolto, in viale Verona, un controllore delle Svt. Si trattava dell’ultima corsa, quindi dell’ultima possibilità, per molti ragazzi, di rientrare a casa, in provincia, ecco perché si è creata una situazione di particolare rabbia da parte di chi voleva salire, trovandosi l’ingresso sbarrato. Naturalmente ciò non toglie che sia stata deprecabile comunque la reazione di alcuni di loro e mai bisognerebbe ricorrere alla violenza. Ma, ripetiamo, va anche compresa la situazione particolare. Per quanto riguarda, poi, i provvedimenti presi dall’amministrazione, quasi ci si trovasse di fronte a situazioni di sicurezza nazionale, mettendo in campo l’esercito, questo ci sembra francamente esagerato. I ragazzi che stazionano ai Giardini Salvi hanno per lo più voglia di starsene tranquilli, ascoltare musica, chiacchierare, invece di sedersi nei locali, che peraltro adesso chiudono alle sei. Non ci sentiamo quindi di condividere l’appellativo di baby gang, bulli e teppisti riferiti a queste persone e riteniamo che troppo spesso, anche nei titoli dei giornali, si ricorra a termini esagerati, che generalizzano. Per non parlare, poi, delle cosiddette “ronde nere” degli estremisti di destra, con pericolosi riferimenti razzisti. Alcuni di noi sono figli di migranti, va bene, ma questo che c’entra? Siamo ancora a questo punto? Ripetiamo, le “teste calde” ci sono, sempre ci saranno tra di noi, ma la stragrande maggioranza dei ragazzi di Vicenza e provincia è formata da adolescenti in cerca di svago e innocuo divertimento. Il periodo di prolungata compressione, come ha scritto anche il prefetto, risulta per noi particolarmente difficile. Alle volte l’ansia produce effetti sui nostri comportamenti, questo naturalmente non giustifica la violenza, ma nemmeno il coinvolgimento di un eccesso di forze dell’ordine, quando ci sono altre situazioni emergenziali da controllare in altre zone della città.
Classe 3BM Istituto “B. Montagna”
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Partiamo dai giornali. Voi dite: spesso vengono usati termini esagerati che generalizzano. Io rispondo: obiezione accolta. A volte noi giornalisti siamo vittime di una forma di pigrizia e per raccontare la realtà ci affidiamo a parole o formule collaudate, che abbiamo già usato e con le quali ci siamo fatti capire dai nostri lettori: sono luoghi comuni della nostra lingua e della nostra cultura, dentro i quali stiamo comodi come si sta comodi su un divano. Le parole sono i ferri del nostro mestiere, ma il nostro è il mestiere più bello del mondo (non sto generalizzando, sto solo esprimendo la mia opinione) proprio perché non dovrebbe mai rimanere uguale a se stesso, dovrebbe evolvere come evolve la realtà che vorremmo raccontare. C’è una scena nel film “Palombella rossa”, una delle più citate del cinema italiano, che descrive bene questa pigrizia: il protagonista, interpretato da Nanni Moretti, si ribella alle domande di una giornalista (ops...) e dopo aver ascoltato una incredibile sequenza di frasi fatte, stereotipi e anglicismi, esplode in una celebre invettiva: «Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti». Voi vi ribellate all’uso dell'etichetta “baby gang”: da un lato mescolerebbe senza fare distinzioni frutti buoni e mele marce, dall’altro avrebbe innescato un’escalation che avrebbe indotto a schierare l’esercito per episodi che ritenete modesti rispetto ad altre emergenze. Non sono un agente di polizia, né un assessore o un funzionario della prefettura, però voglio fidarmi di voi e del vostro punto di vista. E per questo vi faccio una proposta: dimostrate di avere ragione. Avete a cuore il vostro spazio di libertà e socialità in un tempo cupo come quello che ci è toccato attraversare? Dimostrate che avete a cuore anche la bellezza della città e la libertà degli altri frequentatori del parco. Ma soprattutto difendete la vostra libertà da chi la mette in pericolo. E coloro che la mettono in pericolo non sono i militari o i poliziotti, al contrario: sono gli autori dell’aggressione all’autista del bus, sono i vandali che hanno demolito la staccionata del parco o che abbandonano bottiglie, lattine e altri rifiuti sulle panchine e sull’erba, sono i vostri coetanei che si danno appuntamento per regolare a calci e pugni certi conti in sospeso, sono gli spacciatori che continuano a vendere la loro merce nonostante il grido di dolore di un’intera città. Come dite? Sono solo poche mele marce? Ottimo, sarà ancora più facile. Rilancio: dimostrate che avete ragione voi, isolateli, tracciate un confine tra voi e loro, mettete quella giusta distanza che può aiutare tutti, anche noi giornalisti, a distinguere e a non generalizzare. Dimostrate di essere la meglio gioventù: anche questa è una formula collaudata, ma suona decisamente meglio di baby gang, dico bene? Giuro che farò il tifo per voi, perché difendendo la vostra libertà difenderete anche la mia.

gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it

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