La spunta blu

Green pass, un ombrello in caso di chiusure

Una scena dal film "Cantando sotto la pioggia"
Una scena dal film "Cantando sotto la pioggia"
Una scena dal film "Cantando sotto la pioggia"
Una scena dal film "Cantando sotto la pioggia"

«Non possiamo liberarci con la ragione della nostra fondamentale irrazionalità. Possiamo soltanto imparare l'arte di essere irrazionali in modo ragionevole» (Aldous Huxley)
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Questa mattina a colazione ho aiutato mia figlia a compilare un’autocertificazione: deve dichiarare di non aver contratto il covid e di non essere venuta a contatto con persone contagiate; senza quel modulo non può partecipare alle gare di nuoto. Due anni fa non era così: oggi è il prezzo da pagare per iscriversi a una gara agonistica, piaccia o non piaccia. Prima di andare al lavoro mi sono sottoposto a una sessione di fisioterapia: per entrare mi hanno misurato la temperatura. In redazione ho indossato la mascherina, quindi ho igienizzato le mani e ho misurato la temperatura: se il termoscanner avesse segnalato anomalie, sarei stato respinto. Queste procedure, dalle mascherine ai termometri, sono state introdotte più di un anno fa: da più di un anno i nostri spostamenti sono selezionati in base al nostro stato di salute, con incursioni nella sfera della privacy. Per chi va all’estero c’è spesso l’obbligo del tampone, con lo spettro della quarantena: ce l’avessero chiesto due anni fa ci saremmo ribellati invocando la privacy, oggi è la prassi. Il confine tra selezione e discriminazione è una linea sottile, ovvio, ma è il compromesso tra libertà e sicurezza, economia e privacy, per convivere con il virus e uscire di casa. Il Green Pass, se sarà adottato, non farà che allargare il perimetro delle libertà e dell’economia, includendo anche momenti ed eventi che non possono fare a meno delle folle, come i concerti o le fiere. Un manuale di istruzioni per sapere cosa farsene del “biopassaporto” sarebbe servito mesi fa, oggi è già tardi. L’accelerata di questi giorni dipende da due fattori che stanno per diventare emergenza: la quarta ondata del virus, che nelle sue varianti sta guastando la tregua estiva; la frenata della campagna vaccinale, che da giorni non fa più i conti con l’assalto alle prenotazioni. Che questo non sia il migliore dei mondi possibili, l’abbiamo capito diciotto mesi fa quando ci venne ordinato di chiuderci in casa. Ora stiamo attraversando la “terra di mezzo”, tra un prima e un dopo: siamo nel “durante”. In questo viaggio è e sarà un po’ come stare su Pandora, il satellite di “Avatar”, regno degli umanoidi azzurri Na’vi: un luogo tossico in cui gli esseri umani possono sopravvivere solo a patto di coprirsi con speciali maschere filtranti. Un documento che certifichi l’immunizzazione tramite vaccino o la negatività tramite tampone è un compromesso, il punto di caduta tra le regole sanitarie e il desiderio di libertà. Prendete nota del dibattito di questi giorni: chi oggi ulula contro le norme in arrivo, domani potrebbe invocare il Green pass come chiave per tenere aperte attività commerciali che rischiano nuove chiusure se dovessero crescere i contagi e i ricoveri. Non è più com’era “prima” e non è ancora come sarà “dopo”: ci servono strumenti per ridurre il numero delle incognite e i margini di incertezza. I cicli delle ondate mi ricordano la storiella del lupo e dei tre porcellini. Avevamo una casa di paglia e fieno, all’inizio: e il virus ci ha travolti. Ne abbiamo montata una di legno, poi: ma non è servita, troppo fragile ancora per la potenza del virus. Ora abbiamo iniziato a costruirne una di mattoni grazie ai vaccini, ma è incompleta: mancano pezzi di pareti e di tetto. Non sappiamo se reggerà l’urto. Ma non possiamo continuare a vivere alla giornata, coltivando speranze e incrociando le dita. Sin dalla sua apparizione, il virus ci ha tolto il futuro, schiacciandoci in un eterno presente, in un “qui e ora” dentro un tunnel che non finisce mai. L’antidoto per immaginare pezzi di futuro, per programmare quello che desideriamo senza imporre l’obbligo del vaccino, è affidarci al Green Pass: una specie di polizza su stagioni teatrali, grandi mostre, concerti, viaggi, sport da pratica e da vedere. Come quando il tempo è nuvoloso (e si sta annuvolando) e si esce di casa con l’ombrello. O come quando, d’inverno, si montano le gomme da neve.
Non so se si è capito, ma siamo nella fase “vai a vaccinarti tu, cretino”: molti dei non ancora vaccinati stanno aspettando l’immunità degli altri. Inseguendo un’immunità di gregge che di questo passo è una strada in salita, finiremo per riconsegnarci allo yo-yo delle ondate: zone gialle, arancioni e rosse, piscine e palestre chiuse, ristoranti solo all’aperto, cappuccino e pizza da asporto, balli vietati, scuola a singhiozzo, stadi vuoti, musica a distanza, cinema in streaming, viaggi a chilometro zero. L’alternativa al biopassaporto è l’ipersonno, come in “Alien”: ma se siamo qui per riveder le stelle, allora nessun dorma.

gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it