La spunta blu

Da strada Pasubio al West

Keanu Reeves in una scena del film "Matrix"
Keanu Reeves in una scena del film "Matrix"

«Durante gli Anni Sessanta, Settanta, anche Ottanta, in Europa la missione era salvare i centri storici. Ci siamo riusciti, e l’abbiamo fatto bene. Ora, però, la missione di questo secolo deve essere salvare le periferie». (Renzo Piano, Lezione alla Columbia University di New York, 2015)
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Questa mattina sono andato a correre in collina. Da Maddalene si stacca strada delle Beregane, che orla un isola verde tra Vicenza e Costabissara, per poi issarsi e salire verso l’alto, ma con dolcezza, senza apparente fretta, passando accanto ad antiche dimore nobiliari, ville dalle ampie vetrate e casolari abbandonati, finché non finisce l’asfalto: da qui si plana sulla cresta di Monte Crocetta, tra filari di viti, carpini e castagni. È un luogo, questa collina, che dice molto di Vicenza, ma per non so quale sortilegio, dice anche del tempo che stiamo attraversando. Racconta di Vicenza, delle sue trasformazioni, delle occasioni perse e di quelle raccolte. Da lì sopra avete la percezione delle mutazioni urbanistiche dell’ultimo mezzo secolo: la collina sembra emergere dal nulla, circondata per non dire abbracciata dalle strade di oggi (trafficatissime e inquinatissime, come viale del Sole e strada Pasubio) e dalle strade di domani (basta voltarsi verso Monteviale e si stende davanti agli occhi la matassa del cantiere della nuova tangenziale). Oltre queste linee di asfalto appare massiccia la caserma americana e prende forma la “vasca” del nuovo bacino di viale Diaz. Verso sud sfuma il profilo della città, verso nord si perde sotto un cielo padano plumbeo un’infinita sequenza di case e capannoni che si staccano dopo le risorgive e risalgono fino alla Pedemontana. E dunque, che razza di posto è questo? Una collina-rotatoria, con le strade che le girano intorno? È città o è campagna, centro o periferia? Qual è l’identità di questo pezzo di Vicenza? Qual è il suo posto?
Sto facendo un giro largo per provare a mettere le dita sul solco più profondo scavato negli ultimi vent’anni nelle grandi democrazie e misurato a spanne da tutte le tornate elettorali da quattro anni a questa parte. Nei giorni in cui il “sarto” Joe si mette all’opera per ricucire l’abito liso di quest’America divisa, lacerata, strappata, alle pareti dello studio ovale farebbe bene ad appendere una mappa elettorale degli Stati Uniti, una di quelle che abbiamo radiografato in lungo e in largo per giorni dopo l’election day di novembre. Stato per stato, quella mappa è un manuale di istruzioni per provare a ricucire lo strappo più evidente e più profondo degli Stati Uniti così come di quello che ci ostiniamo a chiamare Occidente: la scollatura tra centro e periferia. In inglese gli analisti usano la parola “cleavage”. Prendete uno qualsiasi degli swing states, gli stati in bilico, dal Wisconsin alla Georgia, dall’Ohio alla Pennsylvania: piccole isole blu in mezzo a maree rosse. Blu è il colore del partito democratico e quelle isole sono le città, rosso è il colore del partito repubblicano e quelle maree sono le periferie. Poiché alle elezioni non votano i metri quadrati, ma le persone, ha vinto Biden perché ha conquistato più persone: fine dei giochi. A guardare bene quelle mappe, sarebbe meglio dire che ha fatto breccia nelle contee più densamente abitate. Cleavage è una parola usata a ogni elezione, ma da quattro anni ricorre con sempre maggiore frequenza per descrivere il solco tra il voto dei grandi centri urbani e il voto delle periferie. Città contro campagna. Questo scontro è deflagrato con la Brexit: Londra messa in minoranza dalle brughiere, e bye bye Europa. Una differenza nell’inclinazione politica tra chi vive in città e chi vive in campagna (o in montagna) è sempre stata notata, ma fino a non molto tempo fa era attribuita a una tendenza crescente al progressismo dove maggiore è la densità abitativa, contro un conservatorismo più accentuato dove invece la densità abitativa cala. La linea di frattura sarebbe quindi, banalmente, tra destra e sinistra, tra una predisposizione all’apertura e una alla chiusura. Questa scollatura non solo non è stata curata dai leader delle democrazie occidentali, ma a partire dal 2016 notiamo a ogni grande appuntamento elettorale come quel solco venga amplificato, come se alla dicotomia progressismo/conservatorismo si fossero sovrapposte altre faglie. La più monitorata è la scissione tra impulsi global e impulsi local: fenomeni come i sovranismi e il trumpismo, sostenuti da un ritorno dei nazionalismi e del protezionismo, sono stati interpretati come forme di reazione all’impoverimento delle campagne, più esposte alle scosse della globalizzazione, del libero mercato, della caduta delle frontiere. Tradotto: la globalizzazione piace a chi se la può permettere, ovvero a chi vive e lavora in luoghi “protetti” come le grandi città, dove le risorse per rigenerare o reinventare il proprio business sono maggiori rispetto alle grandi periferie. Ma è solo questo o c’è dell’altro? Prendiamo per un attimo le mappe dei due referendum costituzionali italiani e prendiamo le percentuali. Osservate bene: sono due immagini allo specchio. Nel 2016 il No prevalse con il 60 per cento, prendendo la rincorsa dalle periferie e arrestandosi nei centri storici delle città, dove la spuntò il Sì. Nel 2020 il Sì è passato con il 60 per cento, prendendo la rincorsa dalle periferie e arrestandosi nei centri storici delle città, estremo baluardo del No. Il primo era un quesito articolato, ambizioso, complicato. Il secondo era un quesito breve, facile, semplice. Il primo è stato bocciato, il secondo è stato promosso. La mia sensazione è che la storia politica e sociale di questi ultimi anni, sospesa o interrotta dalla pandemia, sia la storia di uno scontro che tiene dentro tutti gli altri: lo scontro sulla complessità. È in corso una sfida sulla narrazione della realtà tra chi ne accetta la complessità, prova a farci i conti, a comprenderla, a sfruttarla, e chi la rifiuta, la vive come un’insidia, la respinge inseguendo con nostalgia crescente l’immagine dei bei tempi andati, quando tutto era più semplice. Uso la parola “narrazione” di proposito: chi non sa raccontare la complessità nel suo discorso politico, nelle sue proposte, nella sua rappresentazione del futuro, finisce per trasformarla in qualcosa di complicato, come complicata veniva percepita la riforma costituzionale del 2016 e anche per questo bocciata. La narrazione semplificata dei populisti fa breccia dove maggiore è la resistenza alla complessità crescente delle nostre società: nelle periferie, nelle campagne. Chi vive in città, viceversa, sembra più aperto o rassegnato alla complessità: accettare le dinamiche di una città, dai trasporti ai parcheggi, dallo sport alla scuola, significa allenarsi alla complessità. Conciliare la domanda di semplificazione con le dinamiche della complessità: questa è la formula per provare a ridisegnare le mappe del voto, dagli Stati Uniti all’Europa, per ricucire quello strappo sulla stoffa di questo secolo. Per iniziare basterebbe farsi una corsa in collina e guardare giù. Dall’alto si notano cose invisibili dal basso: l’intricato puzzle urbanistico che orbita intorno a questa collina-rotatoria nel cuore del profondo Nordest dice molto dell’acuto bisogno di identità, chiarezza, ordine, semplicità che ci portiamo dentro tutti per non smarrirci nel grande, indecifrabile caos della contemporaneità.
gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it