La spunta blu

Controvento nell'Italia che si vanta di non leggere

Una scena dal film "Harry ti presento Sally"
Una scena dal film "Harry ti presento Sally"


“Mi sono sempre immaginato il paradiso come una specie di biblioteca”. (Jorge Luis Borges)
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Ammettiamolo. Ci vuole una certa dose di coraggio per scommettere su un luogo destinato ai libri e a chi li legge in questo momento e in questo Paese. Mentre Vicenza prova a mettere il turbo al progetto della “Grande Bertoliana”, immaginata al posto dell’ex tribunale di Santa Corona, a Roma - per dire - viene promossa viceministro ai Beni culturali la leghista Lucia Borgonzoni, ricordata in queste tumultuose ore di sarcasmi e ironie per essere riuscita nell’impresa di pavoneggiarsi per non aver letto un solo libro in tre anni. Non sappiamo se sia la verità, in fondo l’ha detto in campagna elettorale, di sicuro dicendolo è riuscita a strizzare l’occhio al 60 per cento degli italiani, quelli che dichiarano di non leggere libri: sono la maggioranza, con quei numeri potresti fare cappotto, e cioè virtualmente prendere Camera, Senato e governo. Averla piazzata in quel ministero e non in un altro è un segnale chiaro che certe rotte non verranno invertite nel breve termine. La prova del nove, per altro non richiesta, è stata l’acrobazia spericolata del collega Rossano Sasso, neo sottosegretario all’istruzione, convinto di citare Dante, salvo poi scoprire di aver (a sua insaputa, come quasi tutto quel che accade nella politica italiana) citato Topolino. Che la situazione sia grave, ma non seria, come avrebbe detto Ennio Flaiano, lo certifica anche il cinguettio di Nicola Zingaretti, leader del Pd, che dopo mesi di chiusura forzata dei luoghi della cultura, dai musei ai teatri, non trova di meglio che offrire pubblico sostegno a Barbara D'Urso, nuova icona e ultimo modello di pensiero della sinistra italiana, a quanto pare.
In questa Italia, nell’Italia che non legge e che si vanta di non leggere, ci mancava soltanto la pandemia, una tempesta perfetta che ha messo all’indice spazi dove gli oggetti passano di mano in mano e dove molte persone trascorrono ore condividendo la stessa aula e a volte lo stesso tavolo. Quegli spazi sono le biblioteche, dove si può imparare qualcosa, magari si può diventare persone migliori, ma si può anche viaggiare a bordo di pagine inchiostrate. A me da ragazzo sembrava proprio di volare: andavo in bicicletta a villa Brusarosco (dove stava la biblioteca di Arzignano prima che la spostassero nell'ex cinema in centro con un'operazione da standing ovation) e quando ripartico con il libro preso in prestito prendevo il volo come i bambini di E.T. Oppure ci si può innamorare, come Paul si innamora di Holly e glielo dice proprio in una biblioteca in “Colazione da Tiffany”. “Ho da fare”, dice lei. “E cos’hai da fare?”, chiede lui. “Leggere”, tiene il punto lei. “Ma io ti amo”, protesta lui. Tra i libri si ritrovano dopo matrimoni falliti e convivenze disastrose Harry e Sally: è una libreria di Manhattan, la "Shakespeare & Co." ed è lui che si accorge di lei, iniziando a fissarla nella sezione "Crescita personale", mentre sfoglia un libro sulla psicanalisi di Jung, ridisegnando da quel momento le traiettorie della loro amicizia. Non so dire cosa resterà delle biblioteche dopo la pandemia, però confermare la scommessa di investire su un luogo fatto di libri e di persone che leggono non è banale mentre altrove si esalta la tv trash o si scambia Pluto per Caronte e Minnie per Beatrice. Una biblioteca è un simbolo seducente da cui ripartire, perché è un luogo di incontro, di contatto, di contaminazione e di contagio delle idee. L'operazione del passaggio dei libri da un lettore all'altro è sempre un'addizione, mai una sottrazione. In una biblioteca, e nella Bertoliana, è custodita la storia di una terra e di chi la abita, la sua identità, lo specchio in cui riflettersi per capire chi siamo, da dove veniamo, dove potremmo andare.  Ovvio, non tutti i libri sono buoni libri: però le biblioteche dovrebbero servire anche a questo, a imparare a cercare e a selezionare. In un mondo in cui tutto è apparentemente a portata di Google, saper distinguere tra testi buoni e testi cattivi sarà una competenza che farà la differenza. E allora diamo a Cesare quel che è di Cesare e al sindaco Francesco Rucco quel che è di Rucco: ci vuole una certa dose di coraggio, sì, per spingere controcorrente il carro di un sogno che ha a che fare con la cultura, con la rivitalizzazione del centro storico, con il recupero di un edificio abbandonato che rappresenta uno dei “vuoti” da riempire in una città che sta lottando contro i “buchi neri”. Andare a leggere dove un tempo si andava a farsi processare: da imputati a lettori, mica male come metamorfosi. La piccola storia di Vicenza dice che di solito quando non sai che fare con un palazzo in declino si parte con l'idea di farne un contenitore culturale e si finisce con inaugurare un parcheggio e un supermercato, come insegna la parabola dell'ex Domenichelli. Tradotto: la strada è terribilmente in salita, ci vorrà molta tenacia. Per noi ragazzi nati in provincia la Bertoliana era un nome che metteva soggezione: quando ci si andava, si entrava in punta di piedi, senza fare rumore, chinando anche un po' la testa, come quando si entra in chiesa. Non tutto del programma con cui Rucco ha vinto le elezioni ha resistito al giro di boa di metà mandato: qualcosa è entrato in agenda strada facendo, come l’operazione del “quadrilatero verde” intorno a Campo Marzo, qualcosa si è perso o è stato parcheggiato in attesa di tempi migliori. Avanza, invece, la marcia della “Grande Bertoliana”, con uno sguardo oltre la pandemia e con il suo carico simbolico di un’altra Vicenza e di un’altra Italia possibile: per una volta, prima i libri.
 

gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it